GRAMMATICA E SESSISMO

CENTRO DI RICERCA DIPARTIMENTALE MULTIDISCIPLINARE

A volte ritornano: alcune riflessioni sulla sempiterna moda del femminile per i nomi di professione (di prestigio) e su altri pregiudizi linguistici

Alla lettera in senso generale il pregiudizio è un giudizio anticipato rispetto alla valutazione dei fatti. Risponde a questa accezione l’uso comune del termine in locuzioni quali “esaminare un problema senza pregiudizi” o “essere spregiudicati”. In senso più tecnico e restrittivo il vocabolo serve invece a designare, e inscindibilmente connotare in senso negativo, qualsiasi atteggiamento sfavorevole o ostile, in particolare quando esso presenti, oltre che caratteri di superficialità indebita generalizzazione […], anche caratteristiche di rigidità, cioè quando implichi il rifiuto di mettere in dubbio la fondatezza della resistenza a verificarne la pertinenza e la coerenza.

Esistono rapporti strutturali tra il pregiudizio e la dinamica generale dell’atteggiamento, rapporti sottolineati in particolare da Gadamer […]. Infatti, se si adotta una prospettiva ermeneutica, è possibile osservare che un’anticipazione critico-conoscitiva sommaria della natura di un oggetto sconosciuto, o ambiguo, si configura come (pre-)giudizio necessario, cioè come globale pre-cognizione intuitiva, ovvero come azzardo ipotetico generalizzante, sul quale successive verifiche opereranno eventuali correzioni. Qui il pregiudizio inteso in senso più restrittivo, dunque nel suo aspetto di chiusura ed errore, si configura come sottospecie del pre-giudizio come generalizzazione inevitabile e anticipazione di problemi ancora imperfettamente esplorati. Sarebbe quindi impossibile tracciare una linea netta di demarcazione tra gli aspetti non emendabili e quelli eventualmente condannabili del fenomeno.

Questo l’incipit della voce “pregiudizio” nell’Enciclopedia delle scienze sociali Treccani, che fungerà da spunto per le brevi, successive, considerazioni. In particolare due sono gli elementi utili al ragionamento: la sussistenza di due diversi tipi di pre-giudizio e l’attesa di una verifica utile a sanare errori di valutazione dovuti al fatto di rifarsi al pre-giudizio, quello del tipo più ampio, come a un mezzo di facilitazione della conoscenza.

Centrale per comprendere il significato più profondo di “pregiudizio” è infatti quel trattino, nella comunicazione attuale nascosto dall’univerbazione, sintomatico di un quid che sta a monte e che precede il giudizio stesso. Facilitatore di conoscenza, il pre-giudizio è sintomatico, infatti, dell’attivarsi di un processo di facilitazione di conoscenza del nuovo: un processo in cui ciò che già si sa (o si sa fare: il noto) si frappone tra l’individuo e il mondo così da ridurre, per l’individuo, il peso della novità, a scapito, però, della possibilità di conoscere il nuovo senza condizionamento. Il nuovo, filtrato attraverso il vecchio, finisce per assumerne dei tratti, in genere salienti (perché maggiormente facilitatori), risultando in tal modo normalizzato e via via normatizzato. Fungendo poi da rinforzo del noto, il nuovo, non più tale, incentiverà a sua volta l’irrigidimento dello schema di conoscenza a cui si è ricorsi, diminuendo ulteriormente la possibilità di conoscere il mondo esterno per ciò che è.

Se a questo meccanismo e ai suoi effetti si vanno poi a sommare quelli dovuti all’uso di una forma culturalmente specifica di linguaggio verbale, ovvero di una lingua, fattore di condizionamento sottostimato ma non per questo meno presente (le evidenze sperimentali dimostrano che si conosce-riconosce prima ciò che si sa nominare), ci si renderà presto conto della distanza che passa inevitabilmente tra il mondo fuori e il mondo dentro, che al linguaggio è debitore sommamente quando si tratta di comunicare il mondo. 

Non appare anzi esagerato affermare che la conoscenza e il rapporto con l’alterità risultano, a ben vedere, filtrati da una serie di pregiudizi incatenati l’uno all’altro con a un capo quelli di natura sensoriale (basti pensare all’azione di filtro esercitata dai sensi) e all’altro quelli più marcatamente culturali, con a far da tramite i meccanismi della cognizione (la rielaborazione percettiva degli stimoli ricevuti).

Portatrice di pregiudizi di duplice tipo – collegati alle specificità delle strutture, i primi, e a quelle della comunità che se ne serve, i secondi – la lingua, ciascuna varietà di lingua, contribuisce a sedimentare nei nuovi individui che con essa vengono a contatto una determinata de-finizione delle cose (una visione del mondo), dalla quale è difficile prescindere. Dotata di enorme potere simbolico, la lingua finisce perciò per riprodurre il mondo alla stregua di un ritratto e non di una fotografia, agevolando il riconoscimento di ciò su cui pone attenzione e penalizzando ciò che resta al di fuori del suo cono di luce. A subire gli opposti esiti del processo di rappresentazione (fatto di lingua) può essere del resto qualsiasi “fatto di mondo”, senza che vi sia una ragione apparente…

Può accadere persino nel caso di due entità del tutto assimilabili con l’eccezione di un tratto, come nel caso di individui di genere maschile e femminile (qui richiamato nel senso di marcatore sessuale), i primi rappresentati per esempio nella lingua italiana con una frequenza maggiore dei secondi.

Oltre che per richiamare individui di sesso maschile, il maschile ricorre infatti in italiano anche in senso (cosiddetto) inclusivo, ovverosia per richiamare gruppi misti, fosse anche un gruppo con preponderanza femminile o persino costituito da sole donne con l’eccezione di un uomo.

Annidata tra le pieghe del latino in via di modificazione, lungo il percorso che avrebbe condotto alle lingue romanze, il maschile inclusivo costituisce un esempio mirabile di pregiudizio, giacché nei gruppi italofoni appare di norma non solo tollerato dalla maggioranza delle persone, donne comprese, ma difeso in omaggio allo status quo ante, da leggersi come abitudine a parlare senza chiedersi il perché di ciò che si dice/fa (parlare è fare) e insieme come volontà di rispettare una norma, sentita tanto più prestigiosa quanto più riconducibile al passato.       

A questo caso di inclusione che esclude (la maggioranza degli individui, volendo stare alla statistica demografica), fa pendant quello dei nomi di professione, oggetto di tenzone tra chi sostiene che per estensione di quanto accade con la regola appena citata dell’accordo, il nome di professione non necessiti di declinazione, sottraendosi alla regola che vuole l’accordo di allocutivi e apposizioni. Salvo non rendersi conto del fatto che l’interdizione alla declinazione appare caldeggiata da parte delle stesse persone che nella quotidianità – e quindi normalmente – sono solite chiamare “cassiera” o “parrucchiera” (e non “cassiere” e “parrucchiere” o “cassiere donna”, alla stregua di “istruttore donna” o “prefetto donna”) quelle donne che esercitano la professione evocata dai rispettivi nomi.

A questa contraddizione occorre perciò guardare come lo scrigno custode di un pregiudizio verso un genere, quello femminile, e più specificamente verso i ruoli che ad esso pertengono o risultano più adatti. Un pregiudizio difficile da far riconoscere perché di solito celato sotto le mentite spoglie di una duplice discriminazione: richiamare o chiamare una donna con un appellativo maschile equivale infatti a riconoscerle un prestigio pari a quello usualmente tributato a un uomo (similmente a quanto accade con l’onorifico “una donna con le palle / coi coglioni / coi controcoglioni” e, per converso, con il denigrativo “un uomo isterico / uterino”), con l’aggravante duplice di ritenere quella donna incarnazione di una condizione di eccezionalità e tutte le altre donne “naturalmente” poco inclini a occupare certi ruoli o manifestare determinate qualità.

Smontabili uno dopo l’altro gli elementi costitutivi del florilegio che dovrebbe fare da argine alla diffusione generalizzata dei femminili delle professioni di prestigio e/o in precedenza non svolte da donne e al maschile inclusivo generalizzato. Li si riproporrà in forma di elenco con l’intento di agevolarne la sussunzione e seguiti dalle principali delle ragioni atte a sconfessare ciascuna affermazione:

  • suona male: è tipico di ogni innovazione, fatte salve quelle di lusso, peraltro non necessarie, che appaiono gradevoli persino quando di difficile produzione (boutique, lounge, nursery)
  • non si dice: la lingua può dire tutto e può farlo con parole la cui forma è contenuta nei limiti stessi della grammatica mentale dell’individuo. Non si dice ha senso, per chi parla una lingua, solo quando non si rispettano le regole di formazione delle parole e una parola come “avvocata” non ha ragione per non essere ritenuta corretta, proprio come “maestra”, “notaia”, “pasticciera” e “infermiera” (con le ultime due ad aver forzato, come tutti i femminili di professione corrispondenti a maschili in -e, le regole di formazione in un tempo passato: questa classe di nomi, infatti, è ambigenere e, conseguentemente, un termine come “infermiere” sarebbe andato bene sia per uomini che per donne)    
  • va contro la norma grammaticale: non è così perché gli schemi di formazione e flessione sono rispettati, ma se anche lo fosse (e non lo è), l’uso avrebbe potuto prima acclimatare e poi integrare l’innovazione, proprio come per i nomi in -e al punto precedente
  • non rispetta la tradizione: la tradizione è fatta di ciò che si dice. Dicendo si naturalizza e nel giro di pochi anni il nuovo si fa noto. La lingua da cui proviene la nostra, il latino, ha subito sconquassi ben più profondi, senza i quali non ci sarebbero state le lingue romanze. L’italiano stesso è perciò frutto del non rispetto di ciò che è stato in precedenza tràdito
  • è una moda: se lo fosse, si tratterebbe di una moda che ciclicamente ritorna, visto che negli ultimi cinquanta anni la questione dei nomi di professione da riferirsi alle donne (è bene ripeterlo, solo quelli provvisti di una allure di prestigio) è ritornata più e più volte, suscitando reazioni di pancia che pochi altri fatti di lingua sono stati in grado di stimolare (si pensi ai termini tabù e alla coprolalia in generale, ai giorni nostri sdoganata al punto da non suscitare reazioni quasi più neppure nei contesti formali e “alti”)   
  • è una forma dovuta a ideologia: si tratta di un’altra ragione imbracciata ripetutamente a mo’ di arma per liquidare le forme di femminile estranee, strane e straniere (triade dalla medesima forma “extra” del latino) alla lingua rispettosa del genere… maschile.

Il gioco di rimandi potrebbe invero continuare, col rischio – più che un presagio – che a sfinimento raggiunto nessuna delle due parti abbia prevalso sull’altra. Quando si tratta di pregiudizio colato nella lingua, la lingua ha paradossalmente un ruolo marginale nella contesa, vista la sua proverbiale capacità di esprimere tutto ciò di cui ha bisogno la comunità o persino un suo solo, singolo, membro.

Lungi dal costituire una dichiarazione di resa, questa affermazione intende porre l’attenzione sul complesso rimpallo tra specchi di una immagine “reale” della quale si finisce per perdere persino la contezza, tanti sono gli specchi dei fattori e delle motivazioni in gioco. Di certo c’è solo una cosa: che la lingua andrà, come in tutti i casi discussi (in senso etimologico, tirati di qua e di là, anche a comprendere la lacerazione) nel corso della storia linguistica, dove la massa parlante la condurrà col proprio uso. E ciò in un lasso di tempo che, nel mondo sempre connesso, potrebbe risultare assottigliato, come comprova la percentuale di uso guadagnato da “sindaca” nel giro di una manciata di anni.

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