GRAMMATICA E SESSISMO

CENTRO DI RICERCA DIPARTIMENTALE MULTIDISCIPLINARE

La libera costrizione del pregiudizio

Recentemente, scrivendo del meccanismo della spirale del silenzio e della formazione dei climi di opinione, Ceccarini e Diamanti (Tra politica e società, Il Mulino, Bologna, 2018) hanno posto l’attenzione sul complesso delle dinamiche che determinano l’atteggiamento che ciascun individuo è portato a tenere nei confronti dell’ingaggio comunicativo, termine con il quale mi riferisco alla scelta che si compie nel momento in cui, trovandosi di fronte alla possibilità di intervenire in un dibattito –con buona probabilità, aggiungo io, persino su un argomento per cui si prova un grado abbastanza significativo di interesse –, si decide di sottrarsi al confronto; ciò, soprattutto nel caso in cui si sia portatori o, ancor più spesso, portatrici – aggiungo ancora, rinviando a una sezione successiva le ragioni, connesse con gli stereotipi di genere, che mi hanno mosso a questa precisazione – di una opinione non in linea con quella prevalente nel gruppo.

Possiamo immaginare che la molla che determina l’ingaggio in sé possa anche essere simile per il dibattito tradizionale e per quello mediatizzato; nel caso di quello mediale,[1] pur mantenendosi simili le ragioni di base, la spinta all’agire comunicativo si carica però, in aggiunta, degli effetti prodotti, in un colpo di clic, materialmente dal singolo ma, sostanzialmente, da un gruppo,[2] con il quale il singolo si sente un tutt’uno[3] che marca linguisticamente per mezzo del noi inclusivo anche quando privo di conoscenza extra-virtuale degli altri membri, ai quali si sente legato per affinità elettiva.

Quando poi le ragioni di questa affettività risiedono nella condivisione di una ideologia (indipendentemente da quale natura questa abbia), i limiti tra individuo e gruppo tendono ad assottigliarsi fino a neutralizzarsi quando in ballo ci sono argomenti che hanno a che fare con le credenze. Proprie e del gruppo, proprie perché del gruppo.

Prima di chiarire il senso di quanto ora detto, si spenderanno alcune righe per chiarire la differenza tra “mediatizzazione” e “medializzazione”, derivati da uno stesso primitivo linguistico, “media”, il cui scarto semantico fa ben comprendere quanto la diffusione di internet e dei social media abbia stravolto le pratiche comunicative dell’ultima manciata di anni.

Da anni si parla di mediatizzazione della realtà per sottolineare come ormai qualsiasi attore sociale che necessiti di una visibilità pubblica debba cercare di essere attivamente presente all’interno dello spazio mediatico. Da qui la semplificazione: “se non sei sui media non esisti!”. D’altro canto, il termine mediatizzazione sottintende come anche i riceventi acquisiscano la maggior parte delle proprie informazioni attraverso i media […]. Questa convinzione, consolidatasi nella seconda parte del XX secolo, ha prodotto il primato dei media, considerati il principale ambiente sociale attraverso cui si definisce la rappresentazione della realtà. […] ha indotto a credere in un loro straordinario potere, per la capacità d’imporre all’attenzione dell’opinione pubblica eventi, fenomeni sociali e punti di vista sugli stessi: come si dice in letteratura, di definire l’agenda della discussione pubblica. […] Negli ultimi tempi questa visione è stata parzialmente ridimensionata. […] si è iniziato a parlare di potenza diffusiva degli stessi, che offre potere a chi riesce ad abitarli con efficacia. Ci si sposta dal primato del mezzo – quella che è stata definita una visione mediacentrica – alla rilevanza della negoziazione fra produttori degli eventi, sistema dei media e pubblico. […] hanno smesso di essere visti come un luogo separato della società […]. Si è iniziato a considerarli uno degli spazi principali in cui avviene il confronto fra i vari attori sociali – istituzioni politiche, economiche […] ma anche semplici individui – per definire i climi d’opinione prevalenti. Ma la selezione dei temi e delle modalità narrative da porre all’attenzione dell’opinione pubblica è un processo molto articolato, in cui i media non sono gli unici a decidere; piuttosto, la selezione è frutto di un “tiro alla fune” con molti partecipanti. […] si sta strutturando un gioco di scambi molto più ricco, in cui il lavoro d’intermediazione del sistema dei media non viene meno, ma è affiancato dalla moltiplicazione delle possibilità e delle abilità comunicative degli altri due vertici della negoziazione comunicativa: fonti e pubblico. […] In secondo luogo, la visibilità non è più riservata soltanto a quanti svolgono funzioni pubbliche. […] Non a caso la distinzione fra reale e virtuale si sta sempre più attenuando, fino a far parlare alcuni autori di “virtualità reale”, per descrivere come non ci sia demarcazione netta fra le relazioni faccia a faccia e quelle costruite in rete. […] Entrambe contribuiscono alla nostra identità.

Per dirla in altro modo, non c’è più una mediatizzazione della realtà perché ciascuno di noi sta provando su di sé l’inesistenza di uno scarto fra realtà e rappresentazione mediatica. Piuttosto, ognuno definisce una propria medialità, determinata dal modo in cui riesce a far interagire le varie parti di cui si compone il proprio sé, attraverso la selezione che attua nel sovraccarico simbolico in cui si trova ad abitare e la capacità di scernere fatti e opinioni a cui prestare attenzione; ma anche attraverso la scelta delle forme di rappresentazione del sé da esibire grazie ai pensieri e alle foto che rende pubblici sui propri profili. La gestione di tutto ciò non è affatto semplice. Non a caso sempre più spesso assistiamo alla messa in atto di meccanismi difensivi, per cui si diventa molto più selettivi nell’esposizione. Ci si rinchiude in ciò che sono state definite “bolle comunicative”, per cui si frequentano molto più spesso di prima coloro che la pensano come noi e che hanno gli stessi nostri interessi. Ma in questo modo le distinte “comunità di modi di vita” rischiano di separarsi fra loro, di far venir meno ciò che è stata la più grande caratterizzazione della modernità: l’incontro con l’altro, la capacità di recepire e inglobare la diversità, interagendovi. È in questo modo che si è arrivati alla condivisione anche con identità e opinioni distanti. La frequentazione fra simili accentua la diffidenza e la sfiducia verso gli altri, favorisce la diffusione di pregiudizi e l’assunzione di stereotipi e credenze, fino a far diventare vero ciò che riteniamo verosimile; esattamente lo slittamento di significato dietro cui alberga l’insidia delle fake news, di quella che è stata definita post-verità. (C. Sorrentino, “Dalla mediatizzazione alla medialità”, Osservatorio permanente Giovani-Editori)

Beffardamente, la rapidità e potenza di irradiazione e pervasione, senza precedenti, di contenuti e opinioni, rese possibili dalla rete in generale e, puntando l’osservazione sul dibattito, dalle diverse piazze social,[4] ha prodotto, subito sotto la superficie dell’incessante formicolare comunicativo, una frammentazione dello spazio comunicativo in ambienti contigui ma separati da barriere elastiche, in grado di assumere, all’occorrenza, forme diverse (per esempio con il venir meno di un elemento di identità forte, magari per sostituzione da parte di un altro, intorno al quale si agglomera un nuovo sciame, che può anche coincidere con il precedente in misura più o meno estesa): a ciascuno di questi ambienti, che per comodità potremmo rappresentarci simili a camere, corrisponde un certo “sentiment” (‘a thought, opinion, or idea based on a feeling about a situation, or a way of thinking about something’ Cambridge Dictionary, alla relativa voce), i cui tratti distintivi possono risultare così coesivi da provocare l’isolamento, da parte di chi popola la camera, rispetto a tutte le altre stanze e ai loro abitanti.

L’azione comunicativa incessante di chi popola una stanza produce pertanto, è facile prefigurarselo, un effetto eco che, giunto alle pareti della camera, rimbalza ed è restituito a chi lo ha emesso, con l’effetto di rinforzarne l’opinione. Essendo gli abitanti della camera accomunati da credenze e opinioni, il risultato complessivo di ciascuna camera sarà l’incessante autorigenerazione non solo dei contenuti, ma anche delle forme con cui questi contenuti vengono espressi, anche, o per certi versi soprattutto, per ragioni connesse con il dizionario mentale degli individui: con il modo in cui si forma.

Per la loro azione comunicativa gli individui, così come i gruppi e le comunità, non si servono però di parole, bensì di entità fatte anche, a volte principalmente a volte meno, di parole: le narrazioni, scrigni che proteggono la visione del mondo propria di chi in esse si riconosce e di esse si serve come un mantra (se si rivolge lo sguardo all’interno della comunità) e al contempo come un’arma, pronto a colpire chi non la pensi allo stesso modo (se le si osserva dall’esterno).

Come in precedenza, potrebbe risultare utile spendere qualche parola in più su ciò che si intende per “echo chamber” o “camera dell’eco”, un costrutto connesso con con la rete, le comunità che in essa agiscono e con i loro pregiudizi di conferma, i criteri soggettivi che portano gli/le utenti ad esporsi a contenuti informativi ben precisi tra quelli disponibili su un certo tema.

Ognuno di noi raccoglie input e stimoli che deve selezionare e poi filtrare. Grazie a Internet, ai cookie, agli algoritmi che favoriscono ricerche personalizzate su Google; ai news feed su Facebook, ai suggerimenti di amicizia, all’adesione a gruppi o a pagine da seguire – sulla base dei nostri interessi e di quello che più frequentemente cerchiamo – e, ancora, grazie alle liste su Twitter, ognuno di noi può scegliere di vivere in un mondo virtuale tagliato su misura per sé.

È un bene? Certamente è una grande opportunità, ma non può essere essere di per sé un fattore positivo. Non sempre. Perché il periodo è quello di ritrovarsi in un circuito chiuso che riflette sé stesso e che, nonostante le miriadi di possibilità offerte dal world wide web, finisce per condurci in un mondo piccolo, popolato da nostri simili in cui ci rispecchiamo. Un clan, una tribù, una comunità in cui prende vita il fantasma di Narciso; dove ognuno è Narciso di sé stesso. Queste stanze degli specchi si chiamano echo chamber e sono delle vere e proprie camere di risonanza in cui ritroviamo ciò che più ci piace, incontrando quelli che hanno i nostri stessi interessi e condividono le nostre stesse narrative. Sui social network questo meccanismo è praticamente automatico. Ed è questo stesso meccanismo che consente il rinforzo e la diffusione in rete di informazioni anche non corrette che, una volta che sono state assunte come credibili, difficilmente vengono poi smentite o ricalibrate. (W. Quattrociocchi – A. Vicini, Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità, Franco Angeli, Milano, 2016, pp. 66-67).

Volendo semplificare quanto fin qui detto, la sintesi estrema di come si svolge oggi il confronto/ dibattito su un tema di proprio interesse appare corretto dire che per larghe fette di popolazione avviene in misura predominante in spazi virtuali,[5] in primis attraverso social media, di norma gratuiti – elemento che dovrebbe solleticare almeno qualche dubbio sulla neutralità delle piattaforme frequentate, aggiornate, implementate e perfezionate a un ritmo incessante – sempre più sviluppati per tener conto delle specificità dei diversi dispositivi usati per accedere alla virtualità (con lo smartphone a fare da spartiacque tra vecchio e nuovo mondo virtuale, ma su questo si sorvolerà per necessità), organizzati in comunità di contatti di varia ampiezza (con ciascun individuo libero di far parte di tante comunità) alle quali si accede per richiesta o per invito – comunità costruite intorno a persone – oppure in pagine che consentono di commentare e di acquisire ulteriori informazioni segnalate perché pertinenti, a giudizio di chi lo fa, con il topic della pagine – comunità costruite intorno a “cose”: brand commerciali o politici, sentimenti, vip che in quanto tali si sdoppiano dal proprio essere persone, etc.

In tutti questi casi, sempre senza pretesa di esaustività, ragionando per grandi numeri, la scelta di adesione a una rete, indipendentemente dalla sua natura, avviene per libera costrizione: non c’è nulla in sé che obblighi alle scelte che si fanno ma le scelte di fatto risultano obbligate dai propri gusti. I gusti, a loro volta, vanno ripensati come entità tutt’altro che casuali o “naturali”: nel corso della vita si costruiscono, così come ogni altra grammatica che si possiede, e la spinta a questa costruzione è di tipo sociale. Nella costruzione della grammatica, di qualunque grammatica, agisce la forza delle narrazioni che, in ragione del grado di evoluzione raggiunto dal nostro apparato neuropsicologico (cervello e mente), hanno un peso pari a quello delle azioni che si compiono o che vediamo compiute da altre persone. I gusti, punto di avvio di questa digressione, benché individuali e caratterizzanti ciascuna persona, costituiscono il residuo di una reazione per definizione sociale. La medesima che ha dato avvio alla capacità, di ciascun cucciolo di homo loquens, di far propria senza sforzo la lingua parlata dalla comunità intorno. Da quella più ristretta, fatta dai caregivers (familiari e altri soggetti frequentemente a contatto del(la) nuovo/a nato/a), a quelle via via sempre più ampie con cui ci si impara a relazionare (per es. asilo nido, scuola dell’infanzia, circoli ricreativi, etc.). Benché innata, la facoltà di linguaggio, per “tradursi” in una lingua o, meglio, in una o più delle varietà della lingua parlata nel posto in cui si cresce, necessita dell’interazione con chi già la parla, condizione che si trascina dietro l’impossibilità di parlare una lingua che risulti immune da implicazioni e interferenze proprie del tempo, dello spazio e delle relazioni sociali che in esso hanno luogo. E poiché per nessun individuo sussiste la possibilità di una esposizione alla comunità per intero, a “guidare” l’acquisizione e l’apprendimento della lingua principale (L1) di un individuo a partire dalla nascita è proprio la comunicazione agìta dal gruppo al cui interno trascorre le giornate. Il gruppo, in formazioni mutevoli, parla di cose e lo fa partendo dal proprio punto di vista, dai propri gusti sul mondo (la cosiddetta visione del mondo): e parlando educa a un mondo, il proprio, anche e soprattutto quando si parla per parlare. Il discorso, infatti, non solo attiva per ciascun elemento una porzione del significato che gli è proprio (una quantità variabile, soprattutto quando si tratta di sintemi: pensiamo al caso di “oggi mi sento stanca morta”, dove del significato di ‘morte’, qui usato in funzione iperbolica, per rafforzare al sommo grado la stanchezza, non resta nulla), ma colloca ciascun elemento in un contesto discorsivo e insieme situazionale, la cui traccia da quel momento si anniderà e persisterà (anche qui in quantità variabile, legata alla frequenza d’uso della stringa interessata e alla ricorrenza di quella data semantica in altre stringe)[6] nell’enciclopedia mentale del parlante e non nel solo vocabolario, cosa che di per sé sarebbe già di impatto notevole, ma che paragonata con la portata multimediale, multilinguistica e multimodale dell’enciclopedia mentale appare di portata contenuta.

A differenza di quanto si è infatti a lungo pensato, la lingua è assai più che un sistema di nomenclatura utile a richiamare la realtà o a dare forma alle idee. La lingua è essa stessa idea e mondo, giacché costruisce la conoscenza e dà senso all’esperienza. A quella individuale e, per via della convenzionalità che le è propria e che consente alle persone di comunicare mettendo insieme parti di esperienza, a quella sociale.

È dunque assai più che denotazione, ovvero sia insieme di proprietà o tratti caratteristici utili a capire di cosa si sta parlando e rispetto ai quali si ritiene di poter tenere separato il dato soggettivo, anche quando a questi tratti si guardi in maniera dinamica, ovvero come a un insieme di proprietà graduali che accomuna la cosa denominata ad altre (che con la prima risultano collegate proprio per via di quella/e proprietà), tra cui quella che tra tutte risulta detenere quella proprietà al massimo grado e che per questa ragione sarà assunta a prototipo dell’intera classe (a esemplificare questo sistema di intendere il significato per classi e valori si cita spesso il caso dello struzzo, che, pur essendo “oggettivamente” un uccello, con i suoi due metri e passa di altezza è “ritenuto” meno uccello di un condor delle Ande, che vola. Per il suo dispiegamento alare, che può superare i tre metri, il condor è però “sentito” a sua volta come uccello ma non quanto il passero o altri uccelli di simili dimensioni, che evidentemente incarnano il prototipo della loro categoria).

Poiché nel lessico conoscenza del mondo e conoscenza della lingua si fondano diventando un unicum, è ai processi cognitivi connessi con le rappresentazioni che è utile guardare per comprendere come il dizionario si formi e come intervenga nei successivi usi. Per andare oltre la superficie più esterna della lingua e cercare di giungere all’esperienza che in essa è racchiusa.

Un’ottica, questa, in cui il significato viene ad assumere natura concettuale, non autonoma, come autonomo non può del resto essere il ruolo della linguistica nella descrizione di una lingua così concepita. Diverse, anche in questo caso, sono le interpretazioni fornite del rapporto tra piano linguistico e piano concettuale, comprese tra versioni più radicali e altre più moderate; tutte accomunate, però, dalla convinzione che ‘i significati delle parole abbiano sempre una controparte concettuale, cioè che dietro i significati linguistici vi siano dei contenuti mentali e che l’analisi semantica sia inseparabile dall’analisi dei processi tramite i quali quei contenuti si costruiscono. Descrivere i significati linguistici significa descrivere quali contenuti concettuali sono espressi dalle parole, quali processi mentali hanno portato alla formazione di quei contenuti e, parallelamente, quali processi mentali ne consentano la comprensione’ (Casadei 2004: 38).

I concetti si radicherebbero perciò al culmine di un processo innescato dall’esperienza del mondo, in particolare di quella corporea, sensoriale. Difficile perciò immaginare che questa esperienza non abbia esercitato una funzione di conio addirittura superiore nella fase dell’acquisizione della lingua, quella in cui il cucciolo d’uomo costruisce il dizionario mentale della propria lingua a partire dai testi in cui è immerso e dai processi che li hanno originati. (F. Dragotto, “La semantica di “famiglia” al crocevia tra esperienza, cognizione e organizzazione mentale del lessico”, in La famiglia del III millennio, tre millenni di famiglie. Riflessioni interdisciplinari, Blonk, Milano, in corso di stampa)

Costruita in tempo breve – poche decine di mesi, una inezia, se paragonata al tempo in cui l’individuo si servirà di quel costrutto: tutta la vita – e attivamente, a partire dai testi e dalla testualità che li sorregge, la base dell’enciclopedia linguistica, il nuovo individuo inizierà grazie a essa a inserirsi da protagonista nella vita sociale che passa attraverso la lingua e i linguaggi, finendo per fare propri precocemente e per cristallizzare successivamente, in assenza di una educazione alla consapevolezza, i significati di cose e di persone, continuamente rinforzati dalle esperienze offertegli dal contesto di vita.

E se in tal modo si garantirà di poter accedere ai processi comunicativi con sforzo cognitivo progressivamente minore man mano che aumenterà la sua competenza, il fatto di poter disporre di una forma economica per eccellenza di recupero della conoscenza, la cosiddetta forma di richiamo – il caso per eccellenza è quello del lemma del dizionario, qui inteso nella maniera corrispondente a ciò che ciascuna persona adulta si rappresenta generalmente al sentire evocata questa parola –, si tirerà dietro tutto ciò che con quella forma ha fatto rete, limitando al contempo la possibilità di “vedere” il reale in maniera troppo dissimile da quanto già noto.

Per esemplificare quanto detto si consideri questa tabella, frutto di una rilevazione condotta da una studentessa del mio corso di Linguistica generale di livello avanzato dello scorso anno accademico, Jamila Zenobio, cui era stato richiesto, così come a ciascun(a) partecipante, di immaginare una attività in grado di elicitare il significato enciclopedico individuale di “uomo”, “donna” e “famiglia” annidato sotto quello meramente denotativo proprio di ogni partecipante. Fondamentale, per la riuscita dell’attività, che fosse ridotta al minimo l’attenzione rivolta dall’informante alla lingua e che non sussistessero dubbi sulla possibilità di essere giudicati/e o “psicanalizzati” (questo il termine scherzoso usato per ridurre i possibili timori) per le risposte date.

Il campione selezionato era, come nelle intenzioni, tutt’altro che omogeneo e annoverava persone di età molto diversa, provenienti da contesti sociali differenti, di genere biologico maschile e femminile: uomini e donne di mezza età, ragazzi e ragazze universitarie, adolescenti e bambini. Trattandosi di “esperimento” che coinvolgeva parole del lessico fondamentale, questa condizione di trasversalità rispetto alla comunità linguistica è stata ritenuta indispensabile e per questa ragione il contesto ideale per la sua somministrazione è stato individuato in una festa. Queste le osservazioni sul metodo riferite dalla studentessa

1. Ho spiegato quella che sarebbe stata la consegna di un compito –fornire il significato, articolato per caratteristiche, attribuito a tre parole che sarebbero state successivamente indicate – nel corso di una festa di compleanno di un amico di famiglia. Gli invitati si conoscevano da moltissimo tempo, dunque l’ambiente era percepito come gioviale e rilassato.

2. Alle persone che avevano manifestato l’intenzione di prendere parte a quello che avevo presentato come un “giochetto” ho spiegato che l’unico scopo dello stesso sarebbe stato di aiutarmi a chiarire dei dubbi personali su un argomento che stavo studiando. Le persone che si sono offerte hanno costituito dunque il campione da me analizzato.

3. Per evitare il più possibile che si sentissero giudicate ho ribadito il fatto che i risultati del gioco sarebbero rimasti anonimi, dunque erano ben consapevoli del fatto che i risultati sarebbero rimasti inaccessibili al resto del gruppo.

4. Mentre spiegavo le regole del “giochetto” ho spiegato ai partecipanti che era fondamentale che non filtrassero i loro pensieri e che inserissero di getto, nel foglio che stavo per fornire loro, le caratteristiche che sarebbero venute loro in mente, includendo senza adeguamenti di registro anche eventuali termini “coloriti”.

5. Ho richiesto di abbinare a ciascuna parola un colore, invocando sempre il principio di spontaneità.

6. Una volta ricevuti i risultati, ho conversato con i/le partecipanti per comprendere il motivo delle loro scelte di parole o colore, mantenendo costantemente un atteggiamento di curiosità verso le loro argomentazioni ed evitando in ogni modo un approccio che potesse essere percepito come giudicante. Ho cercato di far parlare i/le diretti/e interessati/e limitandomi ad interventi fatici, volti ad assicurare la mia attenzione (ho usato, per questo, interlocuzioni quali: “molto interessante”). Tutto quanto emerso in questa seconda fase non è entrato nella tabella di sintesi, così da non viziare le risposte ed evitare che si potesse far pensare a una interrogazione.

I dati ottenuti sono stati inseriti in una tabella, con l’intenzione di poterne fare successivamente la base per la realizzazione di wordcloud. Nella colonna di sinistra sono elencati i tratti distintivi dell’identità sociale degli/delle informanti ritenuti fondamentali: sesso, età, percorso di studi e lavoro. Il numero dei tratti forniti, libero, corrisponde a quelle che ciascuna persona ritiene essere le caratteristiche fondamentali del referente extra-linguistico preso in considerazione. Per mantenere la spontaneità non è stata fornita alcuna indicazione sulla forma linguistica delle caratteristiche: per questa ragione le forme aggettivali alternano con i sostantivi (per questa ragione nella fase di analisi quantitativa “forte” e “forza”, “intelletto” e “intelligenza”, “umana” e “umanità”, “peli” e “peloso” e gli altri casi consimili sono stati conguagliati; non però “fertile” e “riproduzione” perché concettualmente ma non linguisticamente contigui; diversa sarebbe naturalmente la situazione se si ragionasse per campo semantico[7]).

UOMODONNAFAMIGLIA
1 donna, 49 anni, diplomata, segretariaprepotente gentile volgare rincoglionito non autosufficiente






[GRIGIO SCURO]
autosufficiente delicata grande mamma amica buona docile bella gentile obbiettiva organizzata studiosa tutto [ARCOBALENO]calorosa serenità avvolgente tranquillità obbiettivo risultato dolce amore vitalità


[VERDE]
2 uomo, 64 anni, laureato, avvocatoevancescente confuso effemminato

[ROSA]
bella carismatica sensuale comprensiva intraprendente umana [ROSSO]calda piacevole ritrovo porto   [GIALLO]
3 donna, 10 anni, studentessabello brutto gentile scortese forte [BORDEAUX]allegra dolce stupida antipatica scortese [ROSA]grande bella brutta strana triste [GIALLO]
4 donna, 47 anni, licenza media, casalinga.alto forte buono misterioso raggiante magro onesto   [NERO]bella sensibile divina capricciosa disponibile colta fragile suscettibile [ROSSO]numerosa rumorosa fantastica gentile misteriosa mondo bellissima [NESSUN COLORE]
5 uomo, 10 anni, studentescemo scorbutico strano gentile NEROtenace bella dolce nervosa [NESSUN COLORE]grande educata generosa normale [ROSA]
6 donna, 12 anni, studentessaforte robusto peloso alto non piange sportivo     [VERDE]debole intelligente furba variabile non robusta sensuale     [ROSSO]gruppo persone amore figli giallo maschio femmina comunità [GIALLO]
7 uomo, 24 anni, laureato, studentecalvo peloso pene forte   [ROSSO]bella seni trucchi insicura forte [NESSUN COLORE]numerosa semplice vicina calda   [AZZURRO]
8 uomo, 23 anni, laureato, studentecorpo sentimento umanità riproduzione papà nonno [BLU]fertilità amore umanità riproduzione mamma   [ROSSO]casa focolare caldo gioco unità sicurezza [VIOLA]
9 uomo, 18 anni, studentemasochista egoista opportunista   [BLU]sensuale fica orgasmo   [ROSA]unita setta limitante [VERDE CHIARO]
10 donna, 46 anni, segretaria e studentessa universitariacoraggio sostegno ascolto forza peli spalle ingegno spiritualità [BLU CHIARO]coraggio profonda ascolto capacità impegno resistenza intelletto spiritualità sostegno [ROSA]gente compagnia aiuto complicità ruoli casa impegno amore [ARANCIONE]

Presi nel loro complesso, ovvero guardando alle caratteristiche da un punto di vista meramente quantitativo (rango di frequenza), per quanto riguarda “uomo” emerge un tris scomponibile in un binomio di tipo morale: “forte e gentile”, completato da un dato (?) fisico, “peloso” (5 occorrenze per la prima voce, 3 per le altre), a cui segue un’altra caratteristica fisica (“alto”, 2 occorrenze) e quindi una pletora di rinvii al carattere, sia negativi che positivi (38 hapax).

Per quanto riguarda il colore sentito come prototipale prevalgono nettamente blu (3 occorrenze) e il nero (2 occorrenze che diventano 3 se si considera il grigio una variante vista la presenza della specifica “scuro”).

Ben più ricco (55 forme totali, di cui 49 hapax), anche a uno sguardo fugace, è il wordcloud di “donna”, nel quale spicca la presenza di attributi positivi (questo dato potrebbe essere rinforzato o smentito filtrando i risultati per genere del(la) rispondente, cosa che avverrà successivamente). Al centro della nuvola spicca la controparte femminile di “forte”, ovverosia “bella”, al primo posto sia per numero di occorrenze (anche in questo 5 e anche in questo caso sarebbe interessante verificare se chi dice “forte” per lui dice “bella” per lei) sia per la posizione di capolista nelle rispettive matrici.

Per ciò che concerne il colore prototipale, il rosso precede il rosa (4 occorrenze contro 3): chi lo sceglie individua in esso la migliore espressione della passione e della forza di una donna, questa è stata la spiegazione ricorrente nella fase di commento ai dati. Lo stesso però non si riscontra per la forza maschile, associata al rosso come colore per “uomo”, segno di una asimmetria di significato pragmatico di “forza” a seconda che associato a uomini o donne: per l’uomo la forza è infatti concepita unicamente nella sua accezione di prestanza e vigore fisico, per la donna la forza è intesa come coraggio e fermezza d’animo. Questo è quanto riferito.

Il rosa, quando riferito alla donna (compare una volta anche per l’uomo, ma il fatto che l’informante sia un uomo, ultrasessantenne e laureato fa pensare a un recupero del vecchio significato simbolico del colore, evocativo in passato di nobiltà; si confronti alla sua persistenza, poco spiegabile in sincronia, per esempio in prime maglie di squadre calcio), fa il pari con la delicatezza (3 occorrenze).

Il bianco viene utilizzato in 2 casi, spiegati con il rinvio a candore, purezza e pulizia.

In modo del tutto simmetrico a quanto visto per l’uomo, anche nella donna un binomio di caratteristiche – “bella-sensuale” (5 e 3 occorrenze rispettivamente) – spicca all’interno di una rosa appena più ampia di tratti – “intelligente-umanità-dolce-mamma” (tutte con 2 occorrenze) –, circondata da un alone fatto di hapax riconducili a campi semantici facilmente individuabili: quello delle caratteristiche fisiche, richiamate ora come un tutto (per es. “non-robusta”, “magra”, che non sono stati conguagliati per via dell’indefinitezza di “non-robusta”, che meriterebbe, insieme al richiamo alla magrezza, un approfondimento di tipo anche iconico a partire dal collegamento con chi le ha elencate, per capire se sussista un  pattern di genere, a maggior ragione perché si tratta di elementi fondanti quell’atteggiamento di stigma sociale e social quale è il body shaming), ora come una parte per il tutto (per es. “fica”), ora per lo stato emotivo che suscitano (per es. “sensuale”, che però pone il focus sul destinatario, nel caso del campione perfettamente distribuito tra i due generi biologici); quello delle caratteristiche non fisiche richiamate, anche in questo caso, ora come un tutto (per es. “umanità”), ora come una parte per il tutto (per es. “organizzata” ma anche “orgasmo”), ora per lo stato emotivo che suscitano (per es. “carismatica”).

Per ciò che concerne l’analisi delle matrici semantiche proposte per la famiglia, più ricca e più omogenea per tratti rappresentativi rispetto alle due precedenti voci – i tratti utilizzati sono per lo più marcati positivamente – ci si limiterà a constatare la modesta primazia di “amore”, che annovera solo 3 occorrenze, alla pari del calore (2 volte “calda” e 1 “caldo”), seguito a ruota dal rinvio alla numerosità, alla grandezza, all’unità, alla bellezza e alla casa (tutte con 2 occorrenze). Lo scarto tra queste e le 59 voci complessive risulta folto di hapax che però, come in precedenza, sarebbe interessante organizzare per campi semantici e filtrare in funzione di categorie quali il genere del(la) rispondente, che sarebbe oltre modo interessante poter diversificare anche in biologico e identitario.

Non essendo questa la sede per un’analisi quantitativa esaustiva[8], per il prosieguo del discorso si pizzicheranno le caratteristiche più ricorrenti per le donne e se ne darà una lettura in funzione dei tratti sociali di chi li ha indicati: nel caso di donna, le 5 occorrenze di “bella” sono riconducibili in 3 casi a uomini e in 2 a donne, 3 informati hanno una età adulta, sono rappresentati tutti i titoli di studio e tutte le professioni, con leggerissima prevalenza della laurea e della condizione di studente; le 3 di “sensuale” in 2 casi a uomini, non c’è prevalenza di una fascia di età sull’altra, sono rappresentati tutti i titoli di studio ad eccezione di diplomato e anche in questo caso c’è una prevalenza della condizione di studente.

Per ciò che concerne il quartetto da 2 occorrenze a testa: “intelligente” è citato solo da donne, non anziane, che studiano, con quella adulta impiegata; il richiamo all’“umanità” in 2 casi su 2 è ad opera di uomini, non bambini, laureati, uno ancora impegnato nello studio l’altro professionista; la condizione di “dolce” è invocata da un bambino e da una bambina in età scolare. Il ruolo di “mamma” da un adulto laureato che ancora studia e una adulta diplomata e impiegata.

Volendo valutare questi dati dalla prospettiva del genere, non ci sono le basi per affermare che sussista un pattern di un qualche tipo. A dominare la trasversalità, con forse come unica eccezione di rilievo l’assenza di “mamma” tra i tratti citati dalla compagine più giovane (occorrerebbe chiedere i tratti per “mamma” e “papà” per verificare eventuali punti di vista motivabili con l’infanzia).  

E che dire del binomio maschile “forte” e “gentile”? Il primo tratto è citato con netta prevalenza da donne (4 su 5), di tutte le età ma con prevalenza di adulte (3 su 5), principalmente studenti con l’eccezione di una casalinga e di una impiegata, anch’essa studente. L’unico uomo è adulto, laureato e ancora studia. L’uomo “gentile” è frutto di rappresentazioni femminili (2 casi su 3), mai di persone anziane (2 casi su 3 sono costituiti da bambino e bambina), 2/3 del campione, con l’eccezione della casalinga, studia, la sola persona adulta coinvolta ha raggiunto il diploma. Trasversale è anche la pelosità come marca identitaria, individuata in 2 casi su 3 da donne, mai anziane, l’adulta impiegata e studente, e da un uomo, giovane adulto laureato ma ancora impegnato nello studio.

Tratti semantici e trasversalità alla mano, pur con tutta la convinzione che si tratta di un campione privo di rappresentatività, non appare frutto di forzatura l’affermazione che i dati nel loro complesso sollecitano per uomo e donna una rappresentazione “da favola”. Anche volendo attenuare il gioco di parole, il mix offerto dalle interviste, con la sua omogeneità nei valori più rappresentativi, ben ricalca le dinamiche che portano quell’insieme di individui a identificarsi come gruppo; un gruppo che, pur con le debite differenze rispetto a quanto detto sopra, può essere assimilato alla popolazione di una camera dell’eco che si regge proprio sulla condivisione di valori comuni.

Se infatti ripartiamo dalla definizione di “camera dell’eco”, assumendo che si tratta de “la tendenza ad aggregarsi con persone con le stesse attitudini e interessi” (Treccani.it, alla voce “Echo-chamber”) non ci vorrà molto a comprendere come nel caso di quelle social ci si trovi di fronte a gruppi “esplosi” per numero e natura delle relazioni, ma che, ciò nonostante, sempre di tratta di nuclei sociali costituiti da individui organizzati intorno a nuclei di valori ritenuti forti (e quindi identitari) in conseguenza del possesso, da parte di qualsiasi esemplare della specie, di una cornice cognitiva. E chi popola una camera social e la riempie della propria comunicazione, proprio come chi cresce e comunica all’interno della propria comunità fondamentale di riferimento, la famiglia, lo fa servendosi di parole (strutturate in grappoli complessi, le narrazioni). Perché

La parola è anche relazione, rete, connessione, link. 

La parola è elemento imprescindibile nelle connessioni di rete. I gruppi di associazioni virtuali agiscono, si muovono, costruiscono la loro intelaiatura mobile, errante, ‘tribale’ secondo un’idea cara a Maffesoli[9], usando senza dubbio la parola (E. Bettinelli, “Le rappresentazioni della parola. Metamorfosi di cornici cognitive e sensoriali”, Tigor: rivista di scienze della comunicazione e di argomentazione giuridica – A.V n.1, 2013, pp.184).

Bettinelli si chiede poi se si tratti della stessa parola, un quesito a cui risponde che lo è in termini formali, ma che da un punto di vista della sostanza è invece altro; l’opposto, a ben vedere, giacché

da analitica e convergente, la parola telematica sembra essere l’esatto opposto: fugace, intuitiva, poco riflessiva. Fruire dello schermo abitua ad una lettura estensiva, non intensiva, ad inglobare piccoli pezzetti di informazione e a ricondurli nel proprio personale puzzle ipertestuale e cognitivo, ricreando una perseguita unità. Tuttavia un puzzle compone un’immagine, non è immagine. Un libro, per quanto contenga indiscussi spunti ipertestuali, rimane una unità. (p.185)

Entrambe le parole, però, nel caso di entrambe le comunità, procedono da e insieme determinano il “modus essendi atque agendi” della già più volte invocata cornice cognitiva, da assumere quale

fatto universale, esattamente come avere un linguaggio; peraltro, di nuovo come nel caso del linguaggio, il fatto di avere una cornice cognitiva unisce e al tempo stesso divide la specie umana. Tutti gli esseri umani possiedono cornici cognitive, ma esseri umani diversi possiedono cornici diverse (Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano, 2000, p.122).

Queste cornici, o “thinking frames”, sensibili alle culture proprie della società in seno alla quale si sviluppa progressivamente la conoscenza del singolo individuo, agiscono per lo più senza che gli individui ne siano consapevoli, finendo col determinare un orizzonte di attese simile in coloro che ne condividono una porzione sufficientemente estesa (e che per questa ragione provano un senso di appartenenza a uno stesso insieme, di composizione e centralità variabile). Meno ovvia, per i più, la conseguenza del loro tradursi in condizionamenti inconsci, che portano chi produce un testo[10], di qualunque natura esso sia, a selezionarne sostanza e forme attingendo a repertori precostituiti sulla base dell’esperienza sociale e a ritenere un fatto naturale il possesso di gusti simili e, in generale, di un modo affine di “vivere la vita” (poliptoto tanto caro alla pubblicità).

Quanto dell’individuo, di ciò che crede e sente appartenergli, è realmente suo o invece parte di una conoscenza più ampia e condivisa con il resto di coloro che hanno formato i propri modelli mentali in contesti analoghi o simili? E mente e cervello che ruolo svolgono in questo complesso – e subdolo – meccanismo? […] (F. Dragotto, Non solo marketing. L’altro modo di comunicare la pubblicità, Egea, Milano, p.45).

La risposta meriterebbe una trattazione che, come nel caso di domande poste in precedenza, non appare compatibile con i limiti e le competenze di questo contributo. Di certo può giovare alla riflessione l’aggiunta di un ultimo rimando, relativo proprio a un meccanismo di attivazione del cervello

Il cervello rispecchia l’affinità politica e la divergenza di vedute con gli altri: se pensa a una persona di sinistra, una persona che si dichiara di destra usa una regione cerebrale diversa rispetto a quando si confronta con qualcuno che la pensa come lui, e ovviamente vale il contrario. La scoperta, pubblicata su Neuron, fa luce sulla macchina cerebrale del pregiudizio, dove ha origine la percezione del diverso da sé provata verso chi appartiene a gruppi etnici o sociali differenti dal proprio. L’attenzione degli scienziati della Harvard University autori dello studio si è focalizzata sulla corteccia mediale prefrontale (mpFC), fondamentale per inferire lo stato mentale altrui. I ricercatori hanno mostrato a un gruppo di studenti i profili di due personaggi: un liberale e impegnato in attività culturali e un conservatore e fondamentalista religioso. La risonanza magnetica ha rivelato che quando gli studenti si esprimevano sulla persona più simile a loro l’area della mpFC coinvolta era quella ventrale, legata all’empatia e al pensiero autoreferenziale, mentre quando parlavano del carattere opposto si accende va la regione dorsale della mpFC, per questo identificata come probabile sede del pregiudizio. Lo studio rafforza la teoria secondo cui nel giudicare gli altri si tende a usare se stessi come parametro, attribuendo alle persone convinzioni personali, anche se non confermate dall’esperienza (Mente e cervello 2006, p. 9).

La stessa empatia – qualità complessa che nel sentire comune si traduce in chiave emotiva, ma che per la neuropsicologia prevede invece un secondo esito, quello cognitivo, alla base di personalità psicopatiche, per esempio di serial killer – costituisce perciò un’arma a doppio taglio, giacché la si prova in misura diversa a seconda del grado di vicinanza con la persona con cui si stabilisce la relazione: saremmo perciò dotati, sì, di un meccanismo empatico di base, la cui entrata in funzione, però, si attenua quando si ha a che fare con persone non appartenenti, guarda caso, allo stesso gruppo, per esempio etnico (il rinvio è a uno studio recente coordinato dal neuroscienziato Salvatore Aglioti).     

Tutto quanto visto sembra convergere verso un’organizzazione della conoscenza del singolo imprescindibile da quella del gruppo e ad essa legata dalla condivisione di rappresentazioni sociali fondamentali, le già citate “ideologie”. Queste, a loro volta, si rendono riconoscibili e si mantengono intatte (salvo “traumi” che le trasformano in altre) grazie all’azione di “stereotipi”, che sarebbe troppo facile liquidare come pregiudizi fondati sulla assunzione non digerita di un giudizio non fondato sull’esperienza personale, giacché per il modo stesso in cui siamo fatti la narrazione a cui si è stati esposti a riguardo di una certa persona o di un certo fatto costituisce una forma di esperienza personale (diversamente, per superare la gabbia del pensiero stereotipato sarebbe sufficiente fare esperienza della realtà interessata). Difficile, inoltre, tagliare col bisturi definitorio il confine tra ideologia, stereotipo, pregiudizio e credenza, e non solo perché si tratta, a seconda delle teorie, a volte di nomi diversi per indicare gli stessi processi, a volte di processi contigui.

Di sicuro c’è che la gabbia, trasparente ma non per questo meno limitante, nella quale si agisce per effetto della strutturazione sociale (questa sì, universale benché organizzata in forme anche molto differenti), mostra più resistenza anche al semplice scuotimento (che può verificarsi a seguito di una esperienza deviante rispetto alla propria norma/normalità) quando si ha a che fare con qualcosa di connesso con la bussola che ci orienta per tutto il corso dell’esistenza: quel sistema di coordinate che, non basterà mai ripeterlo, si percepisce come naturale quando invece è il frutto di un incessante processo di costruzione sociale.

Fanno le spese dell’immobilismo corollario a questo sentimento di naturalità costrutti quali i ruoli di genere, la cui complessità, difficile da affrontare, risulta diluita e perciò risolta se declinata per dicotomie, rispetto alle quali ogni terzietà è stigmatizzata in quanto non naturale. 

Dalla quella biologica, legata al sesso, si passa allora a quella più sfuggente fatta di attese di caratteristiche e comportamenti che devono competere a ciascuno dei due lati del mondo[11] (o delle due facce della luna, come amano dire molte persone), cui compete, per vivere bene, la perpetuazione del sistema di coordinate ricevuto in dote dalle generazioni precedenti, dalla notte dei tempi. A ogni lato pertiene un modo di parlare, di atteggiarsi, di manifestare la propria personalità, un certo ventaglio di attività articolate per domini e sottodomini clusterizzati (che giungono a includere persino la preferenza di un lato/faccia per il cibo piccante o le birre scure o a più alta gradazione alcolica, tanto per citare un esempio che possa dare sentore della pervasività del discrimen, per l’altro, a dimostrazione di una modernità che ha superato l’opposizione tra un lato consumatore e l’altro no) e persino un colore, solo per citare le cose principali. Ogni tentativo di ampliare o discutere i confini dati è additato come sovversivo e disgregatore e chi si impegna nel capire e nello spiegare le ragioni della “de-via-zione” diviene a propria volta bersaglio di stigma.

Chi diventa possibilista sulla legittimità di discussione dei confini viene tacciato, invece, di agire in nome del politicamente corretto, di non avere cose più importanti di cui occuparsi o di farlo in vista di un vantaggio. Che si tratti di accedere a professioni via via più lontane dal dominio di cura in tutte le sue declinazioni, o anche solo dei nomi con cui si designano le forme professionali corrispondenti a questo allontanamento, o di modelli di eleganza, di bellezza, di decoro, di comportamento, in special modo se attinente con la sfera del sesso o della procreazione, la scure del gruppo dominante reagisce immediatamente sperando di liquidare il problema, così che privato di spessore non possa costituire un rischio di emulazione. E lo fa servendosi di narrazioni ottenute intessendo la lingua del gruppo, cosicché al gruppo risulterà mediamente difficile metterne in dubbio la veridicità perché si tratta della propria medesima lingua e delle proprie medesime narrazioni.

Gli stereotipi di genere iniziano nel momento in cui si scopre quale sarà il sesso di un bebè. Appena scopriamo che è una femmina, iniziamo subito a decorare la casa con fiori, arredi delicati e tappezzerie con farfalle. Diamo per scontato che nostra figlia sarà molto “femminile” e riempiremo il suo armadio con abiti rosa e decorati e la sua scatola dei giocattoli sarà colma di servizi da tè e bambole.

Ciò che fanno molti genitori, senza rendersene neanche conto, è dedurre che questa bimba sarà la “femmina perfetta”. Iniziamo a insegnarle come essere la donna stereotipo. Le stiamo insegnando che le ragazze dovrebbero indossare abiti pieni di fiori, cucinare il cibo e prendersi cura di bambolotti; questo è lo stereotipo più grande e più comune messo sulle donne.

Hai mai visto una bambina che gioca? Anche bimbe di cinque o sei anni, sembrano già essere ben consapevoli che dovrebbero rimanere a casa con il bimbo (bambolotto) mentre il marito va a lavorare. Preparano la cena per quando papà torna a casa. Ecco un altro stereotipo; le donne restano a casa mentre gli uomini vanno a lavorare. Esistono milioni di stereotipi di genere sulle donne, questi però sono sicuramente i più grandi e dibattuti dalle femministe di oggi. (https://www.psicosocial.it/elenco-degli-stereotipi-di-genere/).[12]

Ciò che si fa fatica a comprendere è che la preferenza o la non preferenza per un certo set di possibilità poco ha a che fare con le capacità di una donna e prima di una bambina, poco propensa a, per non dire incapace di, sognarsi in certi ruoli proprio perché autorappresentatasi da sempre nel modo in cui la narrazione sociale, in primis quella dei suoi gruppi di maggiore riferimento, l’ha resa avvezza a farlo: una autolimitazione che assume le proporzioni di quello che le statistiche sulle società (sedicenti) più avanzate chiama gender gap, da ripensare in dream gap se non ci si vuole limitare a raccogliere e confrontare le annose statistiche sugli scarsi progressi in materia di parità di genere.

“Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”, recita il cosiddetto teorema di William Thomas, stracitato, anche questo trasversalmente e sistematicamente da chi, su un certo argomento, ha preso posto in schieramenti opposti, in epoca di disinformazione e di fake news. Nel caso delle questioni di genere gli effetti di questo teorema si realizzano in pieno, amplificando la propria portata per via dell’amplificazione, da parte dei gruppi virtuali, di quanto avviene nei gruppi reali.

A causa o in conseguenza della iperconnessione ai social, le immagini stereotipate beneficiano dell’azione incessante di un sistema di specchi che le rimanda con una portata potenzialmente priva di confini, col rischio di sottrarre ulteriormente l’individuo, soprattutto la ragazza ancora in formazione, sempre più bambina, alla possibilità di confronto con immagini alternative, quelle stesse percepite come devianti e che i gruppi dominanti, portatori di un pensiero mainstream, cercano di isolare.

Essendo velleitario pensare di poter contrastare il sistema di specchi, si dovrebbe per lo meno lavorare per fare in modo che creino immagini omnidirezionali, cosa che avviene con difficoltà, anche o soprattutto a causa della persistenza dei modelli stereotipati in testi di varia natura (dalle narrazioni favolistiche dei primi anni dell’età evolutiva fino alle favole per l’età adulta, spot pubblicitari e prodotti filmici in cui per intercettare più facilmente il favore sul pubblico si lavora, a basso costo cognitivo, sulla variatio dei pricipali stereotipi sociali e linguistici).

La costanza delle coordinate offerte dalla realtà mediata e medializzata, che nella mente dell’individuo assume sempre più il ruolo di realtà tout-court, corre il rischio di alimentare un continuo rinforzo dei modelli proposti già nei propri gruppi di riferimento senza possibilità di un corto circuito.

E quando la distanza percepita tra sé e i modelli offerti alla contemplazione di massa si fa significativa, è facile che la reazione possa consistere in una o più patologie in comorbilità o portare a reazione di autoesclusione sociale (voglio citare il caso dell’hikikomori), anche estreme.

Il timore dell’isolamento sociale potrebbe essere combattuto solo da un continuo abbeverarsi di contronarrazioni, difficili da intercettare anche perché combattute per la devianza rispetto alla normalità eletta a norma. Fatte le debite eccezioni, è più facile che ad avere la meglio sia la volontà sociale di conformarsi alle opinioni imposte dai media con quelli social in prima fila per via del presupposto sociale della loro esistenza (senza rete non ci sarebbe il mezzo). Ecco allora che, per tornare alla citazione di apertura del lavoro di Ceccarini e Diamanti, per non sentirsi isolati socialmente coloro che sono portatori di opinioni difformi preferiscono non esprimere il loro punto di vista, contribuendo alla cosiddetta spirale del silenzio, scelta ritenuta preferibile, da parte di molti individui, alla lotta senza tempo e senza spazio richiesta dallo stigma social, in cui ci si può imbattere in forme comprese tra la battuta ironica e lo slut-shaming, da poche perone conosciuto per il nome, da molte esperito nella sua essenza.


[1] Contributo accessibile alla pagina https://www.osservatorionline.it/page/244055/dalla-mediatizzazione-alla-medialita, ultima consultazione 12 gennaio 2019.

[2] Occorre guardare al gruppo come a una entità insieme sintetica e analitica, che può agire in un modo o nell’altro a seconda che, nel momento, prevalga la volontà di far sentire il peso del numero oppure la volontà di distinguersi da una base simile di pensiero.

[3] Si tralascerà volutamente in questa sede il caso degli pseudo-individui, i bot, benché le loro scelte enunciative siano connesse e anzi determinate a monte, per via di semantica, dai gruppi sui quali sono modellati.

[4] Per quanto riguarda la situazione italiana, nel caso della politica, combustibile nelle e delle piazze social, a giudizio per esempio di Sorrentino “La prima tappa del processo che ha portato al punto in cui siamo è la ‘discesa in campo’ di Silvio Berlusconi. Una mossa che contiene in sé tre sovvertimenti: di linguaggio, di competenze, di contestualizzazione. […] I media diventano, se non l’unico, di gran lunga il principale luogo del discorso pubblico. Ma quale sistema dei media assume questa funzione? L’aspetto paradossale, conseguente all’ingresso di Berlusconi in politica, è che la concorrenza anziché produrre un allontanamento dell’emittenza pubblica dall’intreccio con la politica, ‘politicizza’ anche il polo privato, fino ad allora strategicamente tenutosi a distanza, grazie a una linea editoriale incentrata sulla cronaca e sulle soft news.” (“Media e politica nella spirale del rumore”, Il Mulino – Rubrica, accessibile al link https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4269 Ultima consultazione 12 gennaio 2018).

[5] Anche chi non frequenta le piazze social di fatto ne è partecipe per via della sempre maggiore frequentazione dei social da parte di chi fa politica. Basti pensare al rimbalzo di slogan e dichiarazioni dai social verso i media tradizionali, quali la TV, che ancora costituisce per alcune fasce di popolazione, spesso le più anziane, la sede privilegiata per l’acquisizione di informazione anche politica, e i giornali. Non appare esagerato dire che il post o il tweet costituiscono di frequente l’archetipo della notizia, con i media tradizionali e spesso gli stessi apparati politici costretti a inseguire.

[6] Per riferirsi a questa proprietà fondamentale della lingua De Mauro si serve di “vaghezza semantica”, che definisce come “quella proprietà delle lingue naturali per la quale non esiste una predeterminazione assoluta dell’estensione semantica di un segno linguistico. Il significato associato ad un significante può essere visto come un’area con un centro semantico ben definito e condiviso e contorni indefiniti, sfumati, vaghi, appunto, che possono essere rimodellati, estesi o ristretti. Ogni significato è quindi per sua natura plurideterminabile. Un esempio: la parola italiana penna aveva in origine un significato ristretto ad indicare un elemento del piumaggio degli animali. La vaghezza semantica che caratterizzava questo significato ha permesso che fosse esteso ad indicare prima la piuma d’animale usata per scrivere e poi, metonimicamente, ogni oggetto usato per scrivere. La vaghezza semantica, detta anche ‘indeterminatezza semantica’, è quindi condizione del cambiamento e dell’estensione semantica dei segni linguistici, e di conseguenza dell’onnipotenza semantica delle lingue naturali. La vaghezza semantica, che potrebbe teoricamente portare alla schizoidia del sistema linguistico ha in sé un suo correttivo. L’estensione di un significato permette infatti di arrivare all’autoriferimento: ogni segno linguistico può indicare se stesso. Si creano così le condizioni per un uso metalinguistico delle lingue naturali e quindi per un controllo sociale della vaghezza semantica.” (T. de Mauro, Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle lingue, Laterza, Bari, (1970) (1990).

[7] “Il campo semantico è quindi una specie di mosaico: ogni parola corrisponde a una tessera, e l’insieme delle parole ricopre tutta una zona di significato. Più precisamente, il campo può essere definito come un sottosistema lessicale, vale a dire un insieme strutturato di parole che si condizionano a vicenda e rimandano a uno stesso concetto” (M. Dardano, Nuovo manualetto di linguistica, Zanichelli, Bologna, 2005, p.148).

[8] Il quadro di insieme ritorna anche nello spoglio delle rilevazioni condotte da tutti gli 11 partecipanti al corso, tra le quali quella qui riassunta è stata preferita per fattori tra i quali il range anagrafico più diversificato del campione.

[9] M. Maffesoli, Del nomadismo. Per una sociologia dell’erranza, Franco Angeli, Milano, 2000 e Il tempo delle tribù. il declino dell’individualismo nelle società postmoderne, Guerini e Associati, Milano, 2004.

[10] “Testo” è da intendersi in senso cognitivo, quale entità che mette in gioco un insieme di conoscenze collegate direttamente o indirettamente, per via inferenziale, all’elemento costitutivo più rilevante (non necessariamente, ma frequentemente, una parola): detto e non detto vengono in tal modo a costituire un tutt’uno, una entità indivisibile che, in quanto tale, può prendere “direzioni”, “orientamenti” e “sviluppi” diversi, assumendo fatture di tipo, per esempio, narrativo o argomentativo. Si tratta di un approccio proposto da Van Dijk già negli anni Settanta – più tardi dimostrato anche sperimentalmente – e che si riassume nella formula per cui, dal punto di vista del significato, un testo esprime ben più di quanto espresso dalla somma delle frasi che lo costituiscono. Inserirsi in questo solco comporta l’accettazione che, nella nostra mente, il materiale semantico non sia organizzato solo in base a proprietà logiche o affinità formali e che, esattamente come nell’esperienza comunicativa l’unità di riferimento di norma è il testo (e non la singola frase o, tanto meno, la parola), allo stesso modo le nostre conoscenze del mondo sono organizzate mentalmente costruzioni più complesse della somma dei loro elementi costitutivi che chiameremo campi concettuali.

[11] Riprendo il titolo di un saggio di Giorgio Raimondo Cardona, I sei lati del mondo. Linguaggio ed esperienza (Laterza, Roma-Bari, 1985), una riflessione profonda sul modello psicologico fondamentale che caratterizza la nostra specie, con lo scopo di far risaltare l’appiattimento che sembra caratterizzare molte delle ideologie dominanti nella società contemporanea.

[12] Segue, nella pagina, che si è scelto di citare proprio per la presenza di questo elenco, una lista di stereotipi raccolti tra quelli più diffusi, che includono assiomi quali: le donne devono avere “posti di lavoro puliti”, come segretarie, insegnanti e bibliotecarie; sono infermiere, non medici; sono meno forti degli uomini; dovrebbero guadagnare meno soldi rispetto agli uomini; le migliori tra di loro sono quelle che si occupano dei figli; non hanno bisogno di andare all’università; fanno meno sport; non fanno politica; sono più silenziose rispetto agli uomini e non parlano molto; dovrebbero essere sottomesse e fare quello che viene detto loro; dovrebbero cucinare e fare i lavori domestici; sono responsabili per l’educazione dei figli; spesso non hanno competenze tecniche e non sono brave a “mettere le mani su” lavori meccanici; sono destinate ad essere la principessa in pericolo e mai l’eroe; amano cantare e ballare; non giocano ai videogiochi; flirtano; hanno una grande coscienza; sono più mature rispetto ai maschi della loro età; sono romantiche; permalose; non si percepiscono come leader; sono quasi sempre disponibili a consolare gli altri; sono pettegole.

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