GRAMMATICA E SESSISMO

SEMINARIO-LABORATORIO PERMANENTE DI STUDIO DEL GENERE E DELLE SUE IMPLICAZIONI

Ab uno disce omnes. Che genere di dizionario?

di Francesca Dragotto

Ab uno disce omnes, ‘da uno conoscili tutti’, stigmatizzava Enea (Aen. II, 65-66) al rievocare la disfatta troiana, per la quale decisivo si rivelò l’astuto inganno greco del cavallo, favorito dallo spergiuro Sinone, sedicente perseguitato greco in mani troiane.

Ab uno disce omnes, conosciutone uno è come conoscere tutti i greci dai quali è bene stare alla larga, persino quando portano doni.

Da quella sentenza, divenuta paradigma dalla sempiterna validità recuperata dalla me moria ogni qualvolta si cede alla tentazione di far assurgere la riprovazione nei confronti di un individuo a giudizio per l’intera sua gente, trae ispirazione questo breve intervento nel quale non si parlerà di greco o di greci, ma di dizionari, in senso lessicografico prima e lessicologico poi. E di quella rete invisibile di conseguenze determinate, nella compilazione dei dizionari, dal lessicografo, inteso, stavolta, non come entità astratta, come funzione, bensì come persona dotata di idee e di vissuto, operante in un preciso contesto e con precise preconoscenze e scopi. Il lessicografo, dunque, in carne e ossa.

Alla necessità di non disgiungere repertorio e repertoriatore ha più volte fatto riferimento Fabiana Fusco, consapevole cercatrice di quell’ordito invisibile di umanità – in senso letterale e concreto – disseminato nei lemmi tutti di un dizionario e in special modo in quelli non ci si contenta o non appare soddisfacente limitarsi ai minima denotativi, quasi che la denotazione fosse una denotatio, verrebbe da dire, giocando sul significato del tutto diverso dell’antecedente latino di denotazione, che stava per ‘biasimo, censura, accusa oltraggiosa’.

Ne consegue che della sostanza del lessicografo reca traccia la definizione, punto di riferimento per la comunità linguistica che in essa individua una esemplarità formale, laddove forma è da intendersi nel senso saussuriano di ‘ritaglio della realtà’, ovvero di qualcosa vicino a un modello.

Per alludere alle interferenze e alle conseguenze della sostanza del lessicografo sulla forma della lessicografia, Fusco, in La lingua e il femminile nella lessicografia italiana: tra stereotipi e (in)visibilità (2012) ma, ancora prima, in “Stereotipo e genere: il punto di vista della lessicografia” (2009: 209), chiama in causa il discorso ideologico e i suoi effetti, spesso ignorati anche per una tendenza implicita ad attribuire al dizionario una condizione di trascendenza – e pertanto di oggettività – priva di fondamento.

Facile immaginare, poi, che le ripercussioni della personalità del lessicografo possano investire certi ambiti del reale più che altri e che tra questi, complice l’assenza di lessicografe, ci sia il femminino.

Se consideriamo infatti i dizionari come delle opere ‘ideologiche’, che riflettono la mentalità dei loro fruitori e dei loro redattori, non è quindi raro imbattersi in definizioni e esempi che mostrano delle dissimetrie di trattamento dei significati attribuiti agli uomini e alle donne. Degna di sottolineatura appare, a tal proposito, la voce Santippe, nel Tommaseo-Bellini, in cui, dopo aver ricondotto alla figura storica della moglie di Socrate l’espressione antonomastica una Santippe, adoperata per alludere a ‘una moglie inquieta e uggiosa’, Tommaseo sembrerebbe confutare la sua fama di misogino (Della Valle 2005: 37) circoscrivendo l’epiteto come una «calunnia a carico di Santippe e di tutte le mogli, che non possono mai essere tanto uggiose quanto gli uggiosi mariti», se non precisasse subito dopo che «nel caso, le Santippe si troverebbero tra le donne libere; perché non c’è cosa più pesante di una Libera Pensatrice».

I dizionari avrebbero dunque un ruolo cruciale nel mantenere e alimentare lo stereotipo della differenza.

Per spiegare la condizione di discorso ideologico propria del dizionario, più di trent’anni fa Marina Yaguello (1979: 165), linguista russa citata dalla stessa Fusco nel passaggio successivo del suo lavoro, scriveva:

Le dictionnaire est una création idéologique. Il reflète la société et l’idéologie dominante. En tant qu’autorité indiscutable, en tant qu’outil culturel, le dictionnaire joue un rôle de fixation et de conservation, non seulement de la langue mais aussi de mentalité et de l’idéologie.

Restituito al dizionario lo status di opera scritta da un uomo per altri uomini e per un numero di donne via via crescente, occorre interrogarsi non solo su che genere di mondo venga in esso rappresentato – «un mondo e una società incrinati e distorti», scrive ancora Fusco – ma sul rapporto che questo mondo cristallizzato dalla materia su cui è fissato per il tramite della scrittura intrattiene con quello depositato nelle menti dei parlanti, per dirla sempre con Saussure.

Occorre, in altre parole, cercare di capire se tra dizionario lessicografico e dizionario lessicologico – espressione con cui mi riferisco al dizionario mentale di ogni singolo parlante (se avessi voluto riferirmi a quello della comunità, presa nel suo insieme, avrei parlato di repertorio linguistico) ci sia sovrapponibilità completa o parziale. Questo non per attribuire all’uno la responsabilità dell’esito dell’altro, ma per cogliere la circolarità del rapporto che collega l’uno all’altro proprio per il tramite del repertorio linguistico, il dizionario della comunità, ancor più astratto di quello lessicografico ma ben più difficilmente formalizzabile per via delle imprevedibili ricadute degli usi dei singoli sul limite definitorio.

Quello imposto dalla definizione costituisce infatti un vero e proprio confine che la forma impone alla sostanza, anche delle cose; un confine oltre il quale anche l’elemento più prossimo sarà comunque percepito come altro.

Scopo del definire è anche contribuire a mettere ordine alle cose, a un reale che diversamente, senza de-finizione, riuscirebbe difficile organizzare, anche mentalmente.

Quali conseguenze aspettarsi, però, da un’organizzazione del reale che non solo passa attraverso il filtro della simbolizzazione – tale è da ritenersi la parola – per di più costretta nelle strutture della lingua di turno, ma che nella sua forma più alta di rappresentazione, la lemmatizzazione, cassa di norma tutto quanto non coincida con il maschile grammaticale quando questo sia presente?

Se il dizionario, per forza di cose, costringe il mondo in parole, facendolo rivivere, che peso detiene la lemmatizzazione monogenere sulla rappresentazione di questo mondo a più generi?

Per esemplificare non si potrà che prendere in esame dei lemmi, per ovvie ragioni scelti tra quelli sentiti come problematici. Per primo si farà il caso di sposa-bambina, un composto non incorporante che periodicamente – l’esempio concreto che si riporta è stato suggerito dalla recenziorità – torna a balzare agli onori della cronaca che ne denuncia la pratica tutt’altro che sporadica in numerose zone del mondo.

Padri padroni e morti precoci, la Turchia e il dramma delle spose bambine

Negli ultimi tre anni le spose sotto i 16 anni sono state 181mila. I dati potrebbero essere più pesanti, poiché non tengono conto delle nozze celebrate solo con rito religioso (La Stampa, 21 dicembre 2015)

Scritto a volte con il trattino a unire i due termini sancendone il significato unitario ma più spesso senza, il termine scivola completamente indisturbato tra le pagine dei dizionari. Privo di lemmatizzazione autonoma, chi lo riporta, è il caso di Zingarelli 2015, lo fa in corrispondenza di bambino, attribuendo a bambina la funzione di modificatore aggettivale, e non in corrispondenza di sposa – peraltro lemmatizzato autonomamente rispetto a sposo – dove ce lo si sarebbe aspettati anche volendo accettare che non si tratti di un composto a due teste, esempio di composto di tipo dvandva, come invece qui si ritiene. In virtù di questa attribuzione morfologica, lo si sarebbe dunque potuto trovare sia sotto sposa che sotto bambina, se questo sostantivo non fosse compreso in bambino, dove però non vi è traccia di sposo bambino, attestato sebbene con minor frequenza.

Citatissimo dalla cronaca fu, per esempio, il caso di Sanele Masilela, bambino di 9 anni che un paio di anni fa certa stampa ideologizzata, senza fornire dati rilevanti per il collocamento della vicenda in seno alla cultura di riferimento (quali la natura puramente simbolica della cerimonia e l’assenza, a seguito del matrimonio, di ogni genere di partica sociale, convivenza in primis, e sessuale tipica delle nozze), ha riferito essere stato costretto a sposare una sessantunenne. Orbene, in quel caso dalle caratteristiche del tutto analoghe a quello delle tante spose bambine, la preferenza dei giornalisti ricadde assai più spesso sulla forma appositiva (bimbo sposo a otto anni) o su quella predicativa (bimbo che va sposo), a discapito di quella composta «Lo sposo bambino Sanele Masilela ed Helen Shabangu (Daily Mail)» (Il Messaggero, 11 marzo 2015). Ciò in maniera del tutto opposta a quanto accade per gli innumerevoli casi con protagoniste femminili (l’82% dei casi, secondo le stime di UNICEF).

Manipolazione dei fatti a parte – dal punto di vista squisitamente lessicale gioca un ruolo di poco conto, giacché, passando comunque attraverso le parole, la manipolazione favorisce la circolazione del composto sposo(-)bambino – questa notizia offre almeno due spunti interessanti, soprattutto se confrontata con la sua versione inglese.

Riferendo dello stesso caso o di casi analoghi, la stampa inglese appare infatti assai meno pudica nei confronti di child groom, equivalente lessicale di sposo(-)bambino, che impiega diffusamente salvo alternargli forme per lo più descrittive quali young groom o nine years old groom. Child groom in sé attira però l’attenzione del linguista per via del rapporto con l’apparente corradicale child(ren) grooming, termine purtroppo ricorrente sulla stampa internazionale con il quale ci si riferisce alla fase di adescamento che prelude ad abusi sessuali a danno di bambini. L’apparente sovrapponibilità, del tutto errata, di groom e grooming, offre però il là a una interessante digressione etimologica connessa con la semantica di genere. Se infatti il groom riduzione di bridegroom, dall’antico inglese brydguma, sviluppa il significato di ‘pretendente’ (non sfuggirà il pretendere alla base del participio presente sostantivato) a partire dalla stessa radice che il latino ha dato homo (la trafila semantica sembrerebbe perciò essere stata: uomo > uomo che pretende > sposo), l’altro groom, oggi omofono, sembrerebbe invece costituire l’esito paretimologizzato di grome ‘ragazzo, giovane uomo’ ma anche ‘servitore, domestico, attendente di ufficiali’, un po’ come in certi usi di it. ragazzo. A partire da questa accezione riferita alla cura sarebbe stato ottenuto per conversione, a diversi secoli di distanza, il verbo to groom ‘prendersi cura di, nutrire’ da cui ‘entrare nelle grazie di, ingraziarsi’ preludio del grooming ‘adescamento’, ma anche, dalla pratica della cura dei cavalli, ripetutamente spazzolati dai giovani attendenti, l’attività di grooming ‘pettinatura, spulciamento’ tipica anche dei primati.

Quanto invece a bride, membro del già citato composto bridegroom oltre che forma autonoma che continua l’antico inglese bryd, la comparazione con altre forme che si ritengono costituire l’esito di una stessa radice indoeuropea *bru- lascia ben pochi dubbi su quale fosse la collocazione sociale della donna, dal destino… precotto dalla notte dei tempi. Il significato proprio della radice *bru– stabilito su base comparativo-ricostruttiva è infatti ‘cucinare, far fermentare o preparare (bevande), fare il brodo’, mansione che le spose passavano a svolgere presso la famiglia del marito, luogo della residenza coniugale. Il fatto che presso la nuova residenza la moglie-nuora assumesse, nella prospettiva dei suoceri, il ruolo di figlia “acquisita per via istituzionale” serve invece a spiegare il significato del termine gotico bruþs, affine per forma all’antico inglese bryd ma, a differenza di questo, dal significato di ‘daughter-in-law’, ben più efficace e trasparente del suo equipollente italiano nuora, continuazione di un’altra radice indoeuropea.

L’inglese moderno nell’autonomia lessicale dei termini per sposo e sposa continua la tradizione, a differenza dell’italiano, dove la ristrutturazione in senso analogico spososposa lascia intendere una simmetria anche di ruoli conquistata a scapito della lingua.

Alla base di sposo è infatti sposa, di tradizione latina e forse già precedente. Il radicale alla base di matrice indoeuropea, dal significato di ‘promettere’, ha fatto fin dal principio della donna colei che è promessa a un uomo. L’uomo, da parte sua, al momento del matrimonio era ‘colui che prendeva per moglie una donna’. La prima definiva altresì se stessa e il proprio ruolo in funzione dell’altro; l’altro arricchiva la prima autonomia con l’aggiunta di qualcuno presso di sé. Una volta istituzionalizzato il rapporto, si finiva per condividere lo stesso giogo, ovvero per essere coniugi, duale semantico a partire dal quale ciascuno dei membri della coppia poteva definire sé stesso come coniuge. Benché nel sistema linguistico, fin dal principio, l’antecedente di sposo non avesse motivo di essere impiegato, perché non rispondente a una concezione in cui la promessa di matrimonio era unilaterale. A maggior ragione stona la pratica, generalizzata nei dizionari, di lemmatizzazioni autonome per sposo e sposa, dove semmai, vigendo la logica della frequenza ci si sarebbe aspettati di trovare sposo ricondotto a sposa per via della “precedenza culturale”.

Ma un dizionario è stato (?) pressoché esclusivamente frutto della compilazione da parte di uomini, stavolta in senso di maschi, le cui scelte, per essere comprese, non possono essere disgiunte dalle rispettive cornici cognitive e in generale dalla visione delle cose di essi propria. Occorrerebbe perciò, prima ancora che valutare i dizionari alla ricerca di tracce di quelli che, condivisibilmente, Fabiana Fusco chiama ideologemi, sorta di unità minime, di riferimento, di una ideologia, inquadrare i criteri di lemmatizzazione e di definizione presi a riferimento. In special modo quelli dati per acclarati per via di una lunga tradizione potrebbero infatti risultare aderenti al punto di vista del gruppo sociale dominante ma passare inosservati perché oggetto di continuo riuso e quindi parte del patrimonio condiviso senza che di ciò si abbia consapevolezza.

Le scelte del lessicografo si troverebbero, adottando questa prospettiva, a travalicare il valore puramente metalinguistico, in sé già tutt’altro che di poco conto, che il porre a lemma un segno linguistico può detenere. Il rapporto tra lessico formalizzato dal dizionario e la realtà è infatti paragonabile a un continuo dare e avere, in cui non sempre è chiaro di prende e chi dà. E se è vero che la lingua è frutto della modellizzazione del reale che il parlante si è abituato a operare, è parimenti vero che questa operazione passa attraverso il filtro del già linguisticamente noto. Accade così che realtà di fatto risultino difficilmente “parlabili”, nel senso della parole saussuriana, per l’assenza di un lemma/lessema corrispondente. Rispetto a questa assenza, ci si chiede allora, quale dovrebbe essere il ruolo del lessicografo? Rifiutata con fermezza la logica del riuso sistematico magari in nome della tradizione, privo di consonanza con la lingua che per natura si presta invece ad aderire anche alle modificazioni minime intervenute rispetto al passato, quale soglia di osservazione è necessario che sia oltrepassata prima di mettere mano a lemmatizzazioni nuove? Lemmatizzazioni, in molti casi, di lemmi/lessemi che il parlante forgia nella sua autonomia per sopperire a una esigenza comunicativa magari anche primaria?

Il fatto che per sposo e sposa possano essere presenti entrambi autonomamente nel dizionario sta del resto a significare che, quando sentito necessario, al legislatore della lingua sia consentito intervenire. Ma cosa e soprattutto chi dovrebbe stabilire cosa è necessario e cosa no? Permanendo in una logica del tipo ab uno disce omnes occorrerebbe allora arrendersi all’idea che una coppia di eterosessuali convivente e magari con figli non avrà mai una nomenclatura che la faccia equivalente a una coppia di coniugi e non, invece, a una coppia di persone che quand’anche legata affettivamente, come nel caso di un fratello e una sorella o di una zia o un nipote, non costituisca una cellula paragonabile alla rappresentazione prototipale del matrimonio.

E si tratta, qui, è evidente, del caso più facile da trattare (diversamente non si sarebbe inserito il riferimento all’eterosessualità) e da risolvere anche su un piano linguistico. Né si può pensare di prendere a pretesto la mancanza nel sistema linguistico – a livello di langue saussuriana o di sistema coseriano – di uno spazio autonomo per significare un genere di relazione che non è più nuovo né sporadico, dal momento che millenni di storia linguistica hanno mostrato come ogni esigenza espressiva possa trovare risposta nella lingua, e, anzi, spesso, più risposte, comprese in un ventaglio che va dalla coniazione al prestito, passando per l’estensione semantica.

Più onesto sarebbe forse sgombrare il campo dall’ipocrisia e riconoscere al nomenclatore (logothetes) quel ruolo di legiferatore (nomothetes) troppo facilmente liquidato in ossequio a una logica convenzionalista della lingua, per passare poi a chiedersi a quale pensiero dominante il nomenclatore si affili per mezzo del proprio operato.

Se con le sue definizioni ritaglia la realtà, consentendo l’individuazione dei rispettivi denotata, con la non-definizione il lessicografo consente il mantenimento di uno stato di nebulosità che confligge con le esigenze della comunità parlante. E quando lo status quo ante è mantenuto in barba alla realtà, persino quando non è più in divenire, ma è già divenuta altro, diventa pressante interrogarsi sui risvolti sociali di queste non-scelte che, a ben vedere, costituiscono invece delle scelte consapevoli e mosse da scopi ben precisi.

Bibliografia

Valeria Della Valle, Dizionari italiani: storia, tipi, struttura, Carocci, Roma 2005

Fabiana Fusco, “Stereotipo e genere: il punto di vista della lessicografia”, Linguistica XLIX. Demetrio Skubic Octogenario II, Ljubljana 2009, pp. 205-225

Fabiana Fusco, La lingua e il femminile nella lessicografia italiana: tra stereotipi e (in)visibilità, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2012

Marina Yaguello, Les mots et les femmes. essai d’approche socio-linguistique de la condition féminine, Payot, Paris 1979

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