GRAMMATICA E SESSISMO

SEMINARIO-LABORATORIO PERMANENTE DI STUDIO DEL GENERE E DELLE SUE IMPLICAZIONI

Il lessico GLBTQIA. Un’analisi sociolinguistica sul campo

di Eleonora Caravello* e Francesca Dragotto**

*La sociolinguistica è una linguistica impegnata a cogliere ogni interazione che intercorre tra individuo gruppi e società e a stabilire la direzione, nel senso di chi influenza chi, di questa interazione: tutti gli argomenti, purché abbiano a che fare con il rapporto tra lingua e società, sono, dunque, potenzialmente interessanti per la sociolinguistica, poiché in grado di rivelare qualcosa sui rapporti tra società e linguaggio verbale, sia perché mostrano i significati sociali dell’uso e del comportamento linguistico, sia perché spiegano, avendo a disposizione gli strumenti opportuni, il modo in cui la società influisce sulla lingua.

Si è spesso bombardati da notizie di fatti incresciosi che colpiscono le minoranze: nello specifico, la stampa si è occupata di casi di omofobia, di raccontare storie di violenze e vessazioni legate al genere sessuale che hanno avuto esiti drammatici. Che ruolo hanno avuto le parole, in questi o in casi meno tragici, nella determinazione e nel consolidamento di quei sentimenti di disistima, di conflittualità personale e di stress psicosociali, a loro volta associati a fenomeni di disadattamento e problemi di salute imputabili a un vero e proprio stress da minoranza? (cfr. Chiari-Borghi 2009:158 e seg.). In che modo la società influisce sul comportamento, linguistico e non, dei membri della comunità GLBTQIA?

Per cercare di dare una risposta a questi quesiti, si è pensato di condurre un lavoro sul campo assumendo come riferimento per l’analisi la comunità GLBTQIA[i] di Roma, della quale si sono studiati gli usi comunicativi così da far emergere la correlazione tra allocuzione e parlanti, anche in rapporto alla stratificazione del repertorio linguistico e ai diversi contesti situazionali. Ci si è inoltre serviti del lessico per ricostruire le rappresentazioni stereotipate del gruppo diffuse all’interno del gruppo stesso.

La ricerca sul campo: il questionario, la raccolta e l’analisi dei dati

Il questionario

**Lo studio è stato eseguito attraverso una ricerca quanti-qualitativa: sono stati somministrati questionari di autovalutazione semi-strutturati e comprendenti una prima parte – 19 domande a risposta chiusa – concepita con l’intento di ricostruire il background culturale familiare ed esistenziale dei partecipanti e una seconda articolata in 12 domande a risposta aperta. Il tipo di rilevazione effettuata è stato occasionale, dal momento che i pareri degli intervistati sono stati raccolti in un momento storico – compreso tra maggio 2012 e dicembre 2013 – e in funzione di uno scopo in principio coincidente con la costituzione del corpus da sottoporre ad analisi meta e sociolinguistica (in vista di una tesi di laurea). La ricerca è stata eseguita su un totale di 200 intervistati appartenenti alla comunità GLBTQIA di Roma e le interviste hanno avuto luogo presso: Arcigay Roma, gay Street (l’area intorno al Colosseo e in particolare il primo tratto di via San Giovanni in Laterano presso il quale, da quasi una decina di anni, si ritrovano membri della comunità), Gay Village (evento organizzato dal 2002 a Roma dall’associazione Di Gay Project), la cerchia di conoscenze personali (in un numero ristretto di casi).

Se anche, d’altra parte, in tutt’altro contesto, si fosse rilevata praticabile l’ipotesi di intervistare esponenti GLBTQIA rappresentativi di tutte le comunità italiane, il campione di dati non sarebbe risultato immune da bias.

Le 31 domande poste agli informanti comprendevano l’elicitazione – da risposte chiuse o aperte prodotte per iscritto, oralmente o in modalità mista, laddove richiesto dall’intervistato – di

– dati anagrafici (età, luogo di nascita, luoghi di residenza con indicazione anche del quartiere nel caso di chi vive nella città di Roma, ripartita in centro + 4 quadranti comprendenti l’area urbana interna o adiacente al GRA ascritta a uno dei municipi capitolini)

– propria collocazione all’interno della comunità (gay, lesbica, bisex, etc.)

– percezione della propria identità di genere (completamente uomo, soprattutto uomo, donna e uomo, completamente donna, soprattutto donna, né donna né uomo, altro)

– il grado e il tipo di istruzione e la professione svolta dall’intervistato e dai genitori

– le modalità con cui vengono o sono stati affrontati in casa i temi dell’omosessualità

– la biografia linguistica e il grado di sensibilità linguistica posseduto (capacità di riconoscere le lingue e i dialetti usati nei diversi contesti della propria vita, familiare e non)

– l’appartenenza a una comunità religiosa e, in caso affermativo, le ragioni della scelta

– il destinatario o i destinatari della propria attrazione sentimentale e sessuale

– l’eventuale coming out e le ragioni che hanno spinto o meno a farlo

– le dinamiche di svolgimento della propria vita all’interno della comunità GLBTQIA

– la capacità di riconoscere, al di fuori della comunità GLBTQIA, altri potenziali appartenenti alla comunità

– la partecipazione a litigi verbali all’interno della comunità GLBTQIA, in primis in riferimento alle offese scambiatesi tra i litiganti (con distinzione tra l’aver assistito e l’aver partecipato in prima persona al litigio)

– la posizione personale nei confronti di possibili ripartizioni in gruppi dei membri della comunità GLBTQIA.

Fig. 1 Nel primo grafico il campione è proposto tenendo conto dell’età e del genere biologico dichiarato; nel secondo della provenienza dell’età e della provenienza geografica

 fig_uno

I dati raccolti

**A rischio di anticipare le conclusioni rese possibili dall’analisi dei dati, si dirà che, indipendentemente dalle combinazioni tra variabili adottate, si è ripresentata in modo costante la riproposizione, all’interno della comunità GLBTQIA, di stereotipi, ideologie, allocutivi, usi scommatici, eufemistici e disfemici non dissimili, fatta qualche eccezione (stando a interviste, testi diffusi via internet e letteratura di vario genere), da quelli impiegati dai membri della comunità eterosessuale per marcare gli appartenenti alla comunità GLBTQIA. Per ragioni di brevità in questa sede si dovrà però rinunciare a una esposizione di quanto ottenuto incrociando tutte le variabili previste dal questionario a vantaggio dei dati più significativi per numero o per fattura.

Alla domanda: 23. Generalmente con quali termini ti rivolgi a chi appartiene alla comunità (GLBTQIA)? il 46% degli intervistati risponde di non servirsi di epiteti lasciando intuire che è per via della volontà di non apparire offensivo; l’altro 54% dei 200 intervistati risponde fornendo complessivamente 379 forme (numero che si spiega con la facoltà di risposta multipla), qui di seguito presentate in ordine di frequenza decrescente, al netto, perciò, di ogni correlazione a variabili sociali.

totale entrate corpus occorrenze (su 379)
nessuno 33
lella 31
gay 24
frocio 21
normali 15
lesbica 11
passiva 10
per nome 9
troia 8
froci 7
lesbiche 7
qualsiasi 7
checca 6
come con tutti 6
amò 5
amore 5
con educazione 5
uso di genere invertito 5
sorella 5
lelle 4
omosessuali 4
tesoro 4
zoccola 4
amico 3
bella 3
della parrocchia 3
gli stessi per tutti 3
lellaccia 3
puttana 3
sfranta 3
a froci 2
come tutti 2
cretina 2
favolosa 2
finocchio 2
frocetto 2
frocia 2
pazza 2
scherzosi 2
transessuale 2
transgender 2
a frocia 1
a kekka 1
a passiva 1
a rotta ‘n culo 1
ah fighe 1
nomi al femminile per m 1
amore 1
bella ci’ 1
belli 1
bello/a 1
bisessuale 1
bisex 1
bitch 1
cagna 1
camion 1
camionella 1
camionelle 1
camionista 1
camioniste 1
checca isterica 1
checca repressa 1
checca sfranta 1
checche 1
checche esaurite 1
ciucciapiselli 1
col culo a pizzo 1
colleghi 1
comunità lgbtiq 1
cordialmente 1
da essere umano (li tratto da) 1
della famiglia 1
della stessa parte della luna 1
donzella 1
finocchio 1
fratello 1
frocetti 1
frocio di merda 1
gaya 1
gayetudo 1
gayo 1
genere corrispondente 1
in famiglia 1
intersessuali 1
isterica 1
kekka 1
la famiglia 1
1
le parrocchiane 1
leccavongole 1
lesbica di merda 1
lesbicaccia 1
lesbicazze 1
lesbiche di merda 1
lesbicozza 1
lgbtqi in avvicinamento 1
mami 1
mignotta 1
muscolosa 1
nome e genere invertiti 1
non esistono termini 1
non fare la checca 1
non so 1
non termini offensivi 1
omo 1
omosex 1
orsetto 1
parrocchiano/della parrocchia 1
passiva devota 1
passive 1
pazzesca 1
persone 1
persone arcobaleno 1
principessa 1
quelli di sempre 1
regina delle feste 1
ricchione 1
rispetto qualsiasi decisione 1
rispettosi, da umano 1
rottoinculo 1
saffo 1
scheccare 1
schietti 1
sfrantissime 1
signore 1
sister 1
sponda 1
sti froci de mmerda 1
stronzi 1
tendenze (ha tendenze) 1
termini amichevoli 1
termini appropriati 1
termini umani/normali 1
tesò 1
tolleranza e rispetto 1
tomboy 1
torti 1
trans 1
tratta come vorrebbe essere trattato 1
tremenda 1
vecchia frocia 1
totale allocutivi e/o epiteti 276
totale forme denotative, opache e/o eufemistiche 103

Alcune avvertenze per la lettura dei dati

  • la mancata risposta è stata considerata alla stregua di una risposta e lemmatizzata con nessuno; per nome è da intendersi letteralmente come il nome della persona cui ci si rivolge (l’informante sostiene di usare il solo prenome dell’interlocutore GLBTQIA, in tutte le occasioni); come tutti, schietti, termini appropriati, termini amichevoli, termini umani/normali, non termini offensivi, da essere umano, cordialmente, scherzosi, come tutti, gli stessi per tutti, con educazione, normali corrispondono a risposte date quasi sempre per iscritto e per questa ragione sono stati trattati come entrate lessicali;
  • si è scelto di presentare come entrate lessicale autonome serie quali, per esempio, frocio (21) frocia (7) froci (2) e non solo al fine di mantenere l’integrità della risposta fornita (la scelta della marca di genere è parsa rilevante specie se posta in relazione al sesso e al genere dell’intervistato); allo stesso modo non sono state sommate entrate lessicalmente ma non pragmaticamente sovrapponibili, per es. frocia (7) e ah frocia (1). Se sommate, le entrate semplici o complesse basate sul lessema froci– avrebbe prodotto un totale di 38 occorrenze, incrementabile a 44 tenendo conto di derivati e composti sintagmatici frocetto (2), frocetti (1), frocio di merda (1), sti froci de mmerda (1), vecchia frocia (1). Analogamente, nel caso si lella, sostituto princeps di lesbica che nelle risposte surclassa la stessa forma denotativa (che ricorre 11 volte al singolare e 7 al plurale), formato secondo le modalità delle protoparole infantili (ottenute per duplicazione della prima sillaba, come in mamma, papà, etc.), si avrebbe avuto un totale di 39 entrate se si fosse deciso di sommare lella (31), lelle (4), lellaccia (3) e l’apocopato (1), incrementabile a 44 sommando camionella e camionelle, parola macedonia da camionista + lella/-e, e le 3 occorrenze di bella, se lo si interpreta come ottenuto per alterazione e non solo come femminile dell’allocutivo di saluto, peraltro attestato anche al maschile sia singolare che plurale;
  • il primato dei connotativi lella e frocio sui rispettivi termini non marcati, lesbica (11 volte al singolare, 7 al plurale cui vanno aggiunte quelle di lesbica di merda (1), lesbiche di merda (1), lesbicaccia (1), lesbicazze (1), lesbicozza (1)) e gay, si mantiene anche quando si vadano a incrociare dato linguistico e dati relativi all’informatore, come comprovano tanto il quadro offerto nel caso in cui si tenga conto della varietà linguistica di riferimento dell’intervistato (la lingua che l’intervistato ha dichiarato di parlare quando ha rilasciato la propria biografia linguistica)

fig_due

tanto del suo titolo di studio

 fig_tre

  • incrociate con la zona di residenza dell’intervistato e con le zone in cui la città è stata ripartita le occorrenze di gay (24, cui vanno aggiunte 1 di gayo, 1 di gaya e 1 di gayetudo) si presentano così ripartite

Nel caso di lesbica le 23 attestazioni così si ripartiscono se correlate a età e residenza degli intervistati

 fig_quattro

  • restringendo ai 304 termini forniti dai soli residenti a Roma, l’incrocio tra le forme più usate, selezionate tra quelle riscontrate almeno 9 volte (la scelta di non partire da 10 si spiega con la volontà di comprendere checca e per nome: il primo per la diffusione dell’allocutivo spregiativo, che si trova a lemma anche di dizionari; il secondo perché probabilmente sintomatico di una tendenza al controllo spiegabile con ragioni diafasiche) con l’età e il sesso biologico dichiarato, restituisce questo quadro di insieme, in cui allocutivi veri e forme di sostituzione per lo più “opache” ben si distribuiscono (considerando termini di sostituzione famiglia, gli stessi per tutti, nessuno/no/n.d., nomignoli generici, per nome, quelli di sempre/ normali, rispettosi/non offensivi ma non l’astratto prostituzione si arriva a un rapporto di 109 a 128)
15-24 15-24 15-

24

15-

24

Tot

25-

34

25-

34

25-34 Tot 35 -44 35 -44   35-44 Tot OVER 45 OVER 45 OVER 45

Tot

Tot
F M N.D. F M F M F M
CHECCA 2 2 4 5 5 9
FAMIGLIA 1 3 4 3 1 4 2 2 10
FROCIO 8 7 15 11 4 15 30
GAY 5 3 8 8 1 9 1 1 18
GLI STESSI PER TUTTI 2 2 4 2 2 4 1 1 2 10
LELLA 13 8 21 7 7 28
LESBICA 7 1 8 8 1 9 17
NESSUNO/NO/N.D. 9 3 12 2 6 8 1 1 2 2 2 24
NOMIGNOLI GENERICI 3 12 15 1 5 6 5 5 26
PASSIVA 3 4 7 1 3 4 1 1 12
PER NOME 4 1 1 6 1 1 2 1 1 9
PROSTITU-

ZIONE

2 5 7 1 5 6 1 1 14
QUELLI DI SEMPRE/

NORMALI

8 2 10 1 1 2 1 1 2 14
RISPETTOSI/NON OFFENSIVI 7 7 3 2 5 2 2 1 1 2 16
  • tra hapax e termini meno frequenti, lì si annidano quelli dotati di maggiore carica espressiva, spiccano, oltre che formanti del tipo –ozza di lesbicozza, reinterpretato da alcuni parlanti come frutto della fusione di lesbica con cozza (variante popolare per ‘donna molto brutta’), e –azza di lesbicazza, forme quali della stessa parte della luna ovvero della stessa “zona di azione” o “della parrocchia”, a sua volta attestato in riferimento alle lesbiche, leccavongole, composto con vongole, sostituto eufemistico dell’organo sessuale femminile che qui si carica di valenza spregiativa, e tomboy, equivalente di italiano maschiaccio

Nel 1559 era: un ragazzo rude e sfacciato; nel 1592 una ragazza sfrenata e chiassosa; nel 1700: una donna sfrontata o immodesta. Una ragazza che si comporta come un ragazzo focoso o sfrenato. Eccessivo anche come ragazzo. Sottilmente e inesorabilmente nel corso del tempo la definizione è andata assumendo via via termini trasgressivi e sessuali (Harris 2003:10)

  • *guardando, infine, a quelle che molti degli stessi intervistati hanno definito caratteristiche “gaye” in risposta al quesito loro posto intorno all’esistenza di una tassonomia interna al gruppo gay (domanda 24. Conosci dei gay? Secondo te esistono delle caratteristiche che li accomunano o li differenziano tra loro? Se sì, quali sono?) o a quello lesbico (domanda 25.), occorre registrare una divaricazione enorme nelle risposte probabilmente imputabile a una differenza di percezione esistente già all’interno dei due gruppi. A fronte di una ricca tassonomia nell’ambito del gruppo gay, articolato in una serie di sottogruppi per i quali è stata fornita la spiegazione riportata a corredo delle varie etichette,

admirer: ‘ammiratore’, categoria connessa a bear, indica un uomo a cui piacciono gli orsi, quindi gli uomini pelosi; può essere sia magro sia grosso

attivi/passivi/-e: in riferimento al ruolo assunto durante i rapporti sessuali

bear/orsi: ‘gay peloso grosso o magro, caratterizzato da barba e in genere pelosità, spesso dall’avere un po’ di pancetta’. Indossa camicie a quadri e si contrappone ai cosiddetti fashion

cacciatori: una persona gay attratta dagli orsi

checche: ‘gay che esagerano /isteriche/isteriche esibizioniste’

emo: non definiti; probabilmente dall’atteggiamento

fashion: ‘gay che seguono con grande cura la moda’

finocchiette: ‘gay che indossano pantaloni attillati, “appizzatissimi (un po’ come femmine)”’. Espressione ambigua, si pensa faccia riferimento alla postura e al modo di camminare

leather: ‘gay che amano l’abbigliamento in pelle, in gomma, o le uniformi’

maschili: non definiti; probabilmente dal non mostrare tratti caratteristici

muscolose/-i: sinonimo di palestrata/-o, in uso anche nella comunità etero per indicare chi possiede un fisico curato con muscoli ben definiti

normali: non definiti; probabilmente dal non mostrare tratti caratteristici

sportivi: affini ai muscolosi, sono curati, fanno sport, seguono una dieta alimentare sana, frequentano locali a tema

tranquille/easy: percepiti come abbastanza autonomi rispetto ai vari sottogruppi, sono identificati per il fatto che ‘vivono come individui’

L’immaginario della comunità GLBTQIA prevede per le caratteristiche “lelle” solo una ripartizione in sole due categorie: mascoline e femminili. Unica eccezione evergreen, impiegato, stando alla testimonianza di chi lo ha riferito, per ragazze che si vestono come ragazzi quindicenni. L’esiguità di questa partizione è smentita da quella, più articolata, proposta dalle stesse lesbiche del sito Lez Pop e comprendente almeno sei categorie:

La giocatrice di softball (da noi la calciatrice): è bella, sportiva, in forma e sempre piena di energie e brava a letto ma uscire con lei vuol dire uscire anche con tutte le borse e i borsoni […]

La lipstick lesbian: credevi che come lei ne esistessero solo in tv, e invece eccola lì e parla con te! Ma una volta nel letto, niente di niente, una vera pillow queen altro che lipstick lesbian

La non dichiarata: è affettuosa e simpatica ma non vuole che nessuno sappia di voi due e della sua omosessualità per cui niente arcobaleni nella vostra casa e dovrete dire a tutti che siete coinquiline. E niente cene fuori, qualcuno potrebbe vedervi!

L’eterosessuale: quante volte ti sei ripromessa di non innamorarti di una ragazza etero? Tante. Eppure ci caschi sempre. E finisce sempre con lei che ti ama, oh si ti ama, ma ha un fidanzato e non lo lascerà mai, nemmeno per te!

La femminista: odiate gli uomini sicuramente più di lei, o forse no? È intelligente e sa un sacco di cose, potreste parlare di musica, film […] ma… lei non può sopportare di uscire con una così ignorante!

La tua migliore amica: è la trama di tutti i film, la bella ragazza da amare è sempre stata lì, come si fa a non accorgersene? (<http://www.lezpop.it/le-sei-lesbiche-da-incontrare-prima-di-morire/#more-26266&gt;).

Per concludere*. Come quasi sempre accade quando si tratta di agire linguistico, cosa sembra predominare tra bisogno di continuità e ricerca di identificazione attraverso la frattura in questo caso rispetto alla comunità etero? Che interpretazione dare alla sostanziale riproposizione dei comportamenti al di fuori del gruppo che i dati lasciano trapelare? Di certo appare sospetto il numero di chi dichiara di non servirsi di appellativi per rivolgersi ai membri della comunità GLBTQIA, non fosse altro che per necessità allocutive, da colmare ricorrendo per lo meno ai termini non marcati o minimamente marcati da un punto di vista connotativo. Più che la spia del desiderio di abolire termini che gli intervistati potrebbero essersi sentiti rivolgere, la risposta potrebbe riflettere quanto si crede in fatto di buone maniere.

Rispetto ai termini dichiarati è interessante notare come all’interno del gruppo operi una tendenza alla categorizzazione – diversa per gay e lesbiche – che ricalca i sempre presenti stereotipi di genere di matrice socioculturale operanti nella società nel suo insieme.

Risulta inoltre abbastanza evidente la trasversalità nell’impiego degli allocutivi, che non sembrano dipendere dal grado di istruzione proprio, o da quello dei propri genitori, né dal luogo di residenza o provenienza. Da quanto emerge dai dati ricavati si nota semmai una differenza nell’abitudine linguistica in base all’età: per quanto in tutte le fasce di età si riferisca l’impiego termini rispettosi del genere o non offensivi, è solo nelle fasce 35-44 e over 45 che non si registra l’uso di checca, frocio, lella, lesbica, omosessuali. A compensazione di questo “vuoto”, soluzioni espressive che sembrano studiatamente neutre – qualsiasi, quelli di sempre/normali, gli stessi per tutti, come tutti – e che talvolta scivolano nell’ambiguità, come nel caso in cui si dichiari di essersi rivolti a un membro del gruppo invertendo il genere, per es. passiva per un gay, o per mezzo di termini evocativi dell’attività di prostituzione. Il dato più interessante si ottiene però sommando quanto offerto dall’enunciato con quanto offerto dall’enunciazione: nei termini impiegati, in special modo in quelli dispregiativi, si condensano e coesistono una volontà aggregativa, quella propria del gergo, e una stigmatizzante e portatrice di istanze ingiuriose e violente, nel gruppo come al di fuori di esso.

NOTA

[i] GLBTQIA è uno degli acronimi utilizzati per indicare persone che si riconoscono come appartenenti ad una comunità gay, lesbica, bisessuale, transessuale, queer, intersessuale e asessuale. L’acronimo ufficiale della comunità è LGBT; uno degli ultimi a essere proposti, al massimo grado inclusivo, è LGBTTTIQQA, che non sembra però avere attecchito. Vi si fa riferimento, oltre che alle categorie trasparenti di gay, lesbica e bisessuale, a quelle di transessuale e transgender: per il primo si intende chi transita da un sesso all’altro, chi si identifica con il sesso opposto a quello di nascita e nutre un desiderio intenso di cambiare la propria conformazione sessuale per vivere in sintonia con la percezione profonda di sé. Quando la persona transessuale decide di armonizzare corpo e mente, di sintonizzare sesso e genere, avvia un percorso di “adeguamento” comunemente detto transito, che consiste in cure ormonali e ricorso alla chirurgia plastica ed estetica. Dal punto di vista degli allocutivi da impiegare nella conversazione, per tutte queste ragioni bisognerebbe rispettare l’identità di genere della persona in questione. Il termine transessuale compare la prima volta nel 1949, quando David O. Cauldwel, medico, in un numero di Sexology Magazine descrisse il caso di una ragazza che «desidera ossessivamente essere un uomo». Il termine fu poi ripreso nel 1953 da Harry Benjamin in “Travestitismo e Transessualismo”, saggio che valse al termine l’introduzione nel vocabolario scientifico. Con transgender si identifica, invece, chi, deliberatamente o per vocazione, resta lontano dalle identità fisse e dalla sessualità ascritta (Del Pozzo-Scarlini 2006:254-257). Queer, ‘strano, bizzarro’, trova invece la propria ragion d’essere nella necessità di disporre di un termine ombrello a disposizione di tutti coloro i quali non accettino alcun tipo di classificazione ed etichettamento. Le persone che si definiscono queer rifiutano le tradizionali identità di genere così come le categorie dell’orientamento sessuale. L’elaborazione queer contesta quindi l’eteronormatività prevalente nella cultura e nella società che postula l’esistenza di una norma eterosessuale e binaria, classificando chi se ne discosta come appartenente a una minoranza deviante (cfr. Del Pozzo-Scarlini 2006:214-216). Si definiscono, infine, intersessuali, coloro che che nascono con genitali intermedi tra quelli maschili e quelli femminili, raramente completi come vuole invece la “leggenda” degli ermafroditi (Baird 2003:107-121) e asessuali che sostengono di non sentire alcuna pulsione sessuale (al di fuori dell’Italia la A dell’acronimo sta spesso per allies, letteralmente ‘alleati’ eterosessuali della causa GLBTQIA).

Bibliografia

Baird V., Le diversità sessuali, Roma, Carocci, 2003

Chiari C.-Borghi L., Psicologia dell’omosessualità, Roma, Carocci, 2009

Del Pozzo D.-Scarlini L., GAY, Milano, Mondadori, 2006

Harris A., Identità di genere: un concetto ‘in restauro’, Ricerca Psicoanalitica, 2003, XIV, 1, pp. 7-28

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