GRAMMATICA E SESSISMO

SEMINARIO-LABORATORIO PERMANENTE DI STUDIO DEL GENERE E DELLE SUE IMPLICAZIONI

La grammatica è sessista?

di Francesca Dragotto

[fonte: Grammatica e sessismo. Questione di dati? Lavori del seminariointerdisciplinare, vol.I, Roma 2012, p. 100 e segg.]

Lingua e grammatica. Come si forma il genere nella lingua?
Greville G. Corbett, autore di una ricchissima monografia sul genere, afferma che molte lingue indoeuropee assegnano una marca di genere ai nomi nel modo che ritengono appropriato al genere dell’entità designata e riservano il neutro agli esemplari della specie che non hanno raggiunto la maturità sessuale

Many Indo-European languages assign sex-differentiable nouns to the masculine or feminine gender as appropriate, while the young of sex-differentiables – typically young animals which are treated as not yet sex-differentiable – are neuter (CORBETT 1991:227-228).

Le lingue, inoltre, possono ma non devono assegnare un genere ai nomi, cosa che Roman Jakobson, lucido come ci ha abituati a conoscerlo, generalizza quando afferma che «Le lingue diferiscono essenzialmente in ciò che devono esprimere e non in ciò che possono esprimere» (JAKOBSON 1994).

Ne consegue che

– quando assegnato, significa che il genere (e quel genere) è ritenuto appropriato;
– quando assegnato, serve come classificatore di elementi che mostrano proprietà simili.
Se questo vale in botanica, in zoologia, per tutti gli esseri sessuati, non vale però quando si ha a che fare con la lingua che, come è noto, non rimanda direttamente alla realtà, essendo mediata dalla riorganizzazione della realtà stessa per mezzo della mente. Ancora:
– quando esistente, il neutro si definisce contrastivamente per indicare qualcosa che non è maschile, né femminile.
Il neutro, così come gli altri due e altri generi che non sono stati (ma verranno) nominati, rappresentano il punto di arrivo di un processo di significazione di aspetti del reale ritenuti sufficientemente salienti da meritare una discriminazione (nel senso del distinguo di lat. discrimen).

Il dato linguistico sembrerebbe perciò collocarsi al termine di una parabola che ha inizio con aspetti di natura sensoriale e percettiva, su cui si tornerà più avanti.
Il processo che si conclude con la formazione dei generi si è infatti sviluppato nel corso di un tempo lunghissimo e, per quanto riguarda le lingue indoeuropee, ha portato dapprima ad una separazione tra animato e inanimato (stadio a 2 generi) e, successivamente, ad una ripartizione dell’animato in femminile e maschile (stadio a 3 generi).
Come facciamo a esserne certi? Le lingue anatoliche, il ramo più antico della famiglia linguistica indoeuropea (attestata nel III millennio; le principali lingue che ne fanno parte sono ittita, accadico, luvio, lidio, etc.) non distinguono maschile e femminile, motivo per cui si dispone di un terminus post quem abbastanza certo.

Superato questo stadio, nella famiglia indoeuropea si inizia a marcare una distinzione nell’ambito dell’animatezza.
Vari gli aspetti da affrontare. I principali nodi da sciogliere riguardano:
– perché sia stato il maschile a imporsi come genere non marcato;
– come si risolva il rapporto tra il genere e la natura delle entità che le parole designano, dal momento che in numerosi casi si hanno delle incongruenze e che, nella maggior parte dei casi, non c’è ragione per attribuire uno dei due generi a sostantivi indicanti entità senza sesso, inanimati (c’è poi il caso, in un certo senso opposto, di parole che indicano entità animate marcate, dal punto di vista linguistico, con il genere inanimato, quali il lat. scortum ‘prostituta’ o i gr. andrapodon ‘schiavo’ e meirakion ‘ragazzo’);
– se ci siano lingue che pur avendo il genere come categoria non lo riferiscano alla contrapposizione maschile-femminile e, in caso affermativo, a cosa lo riferiscano; come queste lingue si comportino riguardo ad entità che mostrano caratteristiche sessuali maschili o femminili; che indicazione forniscano su questioni di stampo sessista.
Associare in un binomio sessismo e contrapposizione di genere (con l’elemento non-marcato riferito al maschile) potrebbe autorizzare a ritenere che nelle culture in cui si parlano queste lingue vi possa non esseresessismo. Lo stesso per culture le cui lingue sono del tutto prive di genere.
Andiamo per ordine, iniziando da un quesito che precede tutti quelli che sono stati nominati.

Che utilità ha il genere per la lingua?
La determinazione di generi in sé non è necessaria al funzionamento di una lingua. Anzi, quando si impone provoca lo “svantaggio” di dover adattare al meccanismo altre parti del discorso – si pensi all’aggettivo rispetto al nome – e di dover assegnare il genere anche a parole designanti, come si è detto, entità inanimate: ne consegue (un classico per questo tipo di discussioni) il fatto che sole sia maschile in italiano e luna femminile, laddove, per gli stessi termini, si ritrovano in tedesco (die Sonne, der Mond) i generi inversi.

Come scrive VILLAR 1997:281 a proposito della formazione del genere in indoeuropeo

nessuna di queste […] implicazioni del genere risulta imprescindibile, neanche quella, che pure potrebbe sembrare utile, del distinguere i maschi dalle femmine. L’altra (scil. che le parole che designano esseri senza sesso vadano necessariamente catalogate o come maschili o come femminili) ovviamente è priva di qualsiasi utilità semantica. Infatti per la stragrande maggioranza delle specie viventi, l’uomo non ha nessuna necessità o interesse di distinguere il maschio dalla femmina. Non fa grande differenza se ci divora uno squalo maschio o femmina; o se il cameriere ci serve un pagello maschio o femmina. In realtà, gli animali di cui ci interessa il sesso sono molto pochi. E per essi, nella maggior parte dei casi, abbiamo una parola completamente diversa per il maschio e per la femmina (non la stessa parola con variazione di genere). Cominciando dagli esseri umani abbiamo uomo/donna, padre/madre, nuora/genero, marito/moglie.
Tra gli animali maiale/scrofa, toro/vacca, ape/fuco

Sul piano semantico, perciò, non solo il genere sembrerebbe non irrinunciabile, ma persino “disturbante” (per indicare il maschio o la femmina di un animale si poteva tranquillamente ricorrere a perifrasi quali il maschio di / la femmina di); non così sul piano dell’ordine dei costituenti della lingua, la sintassi, dove è invece di enorme utilità nel caso di lingue a ordine libero. Nel caso, ad esempio, di due alternative, il genere può risultare d’aiuto nell’individuare il sostantivo a cui l’aggettivo si riferisce.

Comprova la correlazione tra ordine delle parole e genere una tendenza abbastanza sistematica: analizzando il fenomeno in diacronia e contrastivamente ci si accorge infatti che il genere viene mantenuto dalle lingue che conservano in modo più o meno completo il meccanismo della flessione (Meillet) e che al contrario tende ad atrofizzarsi laddove il sistema si ristruttura, in genere in senso analitico.

All’interno del “genere animato” il femminile si distingue dal maschile in un primo tempo solo nell’aggettivo in quanto p. es. la flessione di māter non si differenzia da quella di pater (ma “māter bona” si oppone a “pater bonus”) né quella di fagus da quella di lupus. “Ce n’est que secondairement que des substantifs désignant des êtres mâles ou femelles ont reçu une forme féminine distincte de la forme masculine: quand, en grec, i)(/ppoς (ippos) désigne a la fois le ‘cheval’ et la ‘jument’, et admet suivant les cas un article masculin ou féminin, on est en présence de l’état des choses indo-européen; les formes açvā du sanskrit, equa du latin, aszvà du lituanien, pour designer la ‘jument’, résultent des développements secondaires” [n.d.r.] A. Meillet, Linguistique historique et linguistique générale, 1921, pp. 211-229. Tali “sviluppi secondari” si esprimono “par le fait morphologique que la forme du féminin est dérivée de celle du masculin: le féminin gurv-ī du masculin sanskrit gurù-h? – lourd – représente la forme du masculin, plus un suffixe secondaire”. […]
“II semble que, le plus souvent, la différence du masculin et du féminin soit affaire de pure forme: les thème en -o- de genre ‘animé’ sont tous masculins, pour autant que le sens n’impose pas le genre féminin, ce qui arrive notamment dans le nom de la -bru (n.d.r. ‘nuora’), grec. νυóς (nuos), etc.; et dans les noms d’arbres tels que gr. φηγóς (fagos); les thèmes en -ā- sont tous féminins, pour autant qu’ils ne désignent pas expressément des mâles, comme lat. scriba et auriga; et ceci se conçoit bien puisque dans les adjectifs, un thème en -o- caractérise le masculin et un thème in -ā- le féminin: grec. ne/(ƒ)oς (né(f)os): ne/(ƒ)a= (né(f)a) ‘neuf: neuve’“.
Dunque “la différence entre -animé- (masculin-féminin) et -inanimé- et celle entre masculin et féminin sont hétérogènes”: la seconda si sovrappone alla prima che era molto bene organizzata nella fase più antica delle lingue indoeuropee in base a certi determinati criteri (p. es. l’acqua e il fuoco avevano due serie di nomi, una di genere neutro-inanimato, l’altra di genere maschile-femminile-animato, rispecchianti due diverse concezioni peraltro coesistenti: la prima che vede l’acqua e il fuoco come oggetti materiali, la seconda che se li rappresenta come esseri suscettibili d’agire).
La differenza morfologica fra maschile e femminile si afferma quindi secondariamente nei nomi del “genere animato” ad imitazione del meccanismo già perfezionato dagli aggettivi, in modo tale però che “on n’aperçoit souvent pas pourquoi tel ou tel type de mots, tel ou tel mot en particulier, appelle un adjectif de forme masculine ou de forme féminine” (ASPESI 1977:8-9).

Sul rapporto tra genere grammaticale e genere del designatum: bisogna allora tener presenti vari elementi

– non tutto quello che per noi è animato lo era nel mondo antico (è il caso della pioggia, sentita anche come animata perché fecondatrice della terra);
– l’attribuzione del genere maschile o femminlle a nomi di oggetti sembra seguire criteri arbitrari (conferma questa arbitrarietà anche l’osservazione di fenomeni recenti: in francese, ad esempio, un sostantivo come incendie, così come quelli con analoga terminazione, tutti un tempo maschile – cfr. fr. mediev. incendi – assumono forma tipica dei sostantivi di genere femminile a seguito del fortissimo impatto di comedie);
– sulla non marcatezza del maschile: è una tendenza generale nel funzionamento del linguaggio, ma non si può escludere che si tratti di un mero fatto tecnico (molti linguisti lo credono, mentre altri parlano di una «imposizione di griglie maschili alla lingua in una situazione culturale dominata dal “patriarcato”» VALLINI 2006:108). Ma se corrisponde al vero che, quando l’opposizione m/f si neutralizza, magari per la presenza di elementi di entrambi i generi, è sempre m a realizzare entrambi i generi (come nel cosiddetto maschile
neutro), corrisponde altrettanto al vero che è il genere inanimato a rappresentare entrambi i membri dell’opposizione quando a neutralizzarsi è l’opposizione animato/inanimato. In questo caso si invocherebbe la mancanza di rispetto verso i vivi?
– e il neutro, finora escluso dalla discussione? Originariamente continuazione del genere inanimato, quando è mantenuto si usa per indicare il cucciolo della specie di riferimento, umana o animale è indifferente. O comunque il non-adulto, come nel ted. Mädchen, che fa chiedere a Mark Twain «Perché in tedesco una rapa è femminile, mentre una ragazza è neutra?».
– sul piano prettamente linguistico, morfosintattico, resta da spiegare perché sia proprio -a ad indicare il genere, marcato, femminile. Come è noto -a segnalava entità astratte o collettive. Il passaggio da collettivo a plurale è abbastanza perspicuo; il passaggio da astratto a femminile non risulta spiegabile. Una spiegazione potrebbe però trovarsi in una coincidenza di natura formale: alla base dell’associazione -a/femminile potrebbe però esserci la terminazione che il sostantivo femmina aveva nelle locuzioni indicanti ‘la femmina di’, *gwena. Non è chiaro se questa -a fosse una desinenza o parte integrante del tema; in ogni modo sarebbe altro rispetto alla -a astratta e collettiva. La diffusione di la femmina di + nome della specie unitamente alla omofonia potrebbero essere state decisive per la sovrapposizione delle due forme.
«Un aspetto essenziale della cognizione è la capacità di categorizzare: di giudicare se un oggetto particolare sia o no un caso di una particolare categoria» JACKENDOFF 1989:137.
In questa prospettiva, che guarda alla lingua come ad un punto di intersezione tra fenomeni di natura sensoriale e percettiva da una parte e fenomeni di natura individuale e sociale dall’altra, il genere si configura come una “idea” che, ad un certo punto, trova “forma” nel sistema linguistico. Proprio perché si tratta di un’idea non è scontato che il genere abbia a che fare con un marker di tipo sessuale (che però è il più frequente e che, probabilmente a seguito del maggior peso assunto dalla consapevolezza di sé, ha scalzato persino quello relativo all’opposizione animato/inanimato da cui l’opposizione m/f stessa ha avuto origine).
Quanto poi all’insorgenza del genere dall’aggettivo, si potrebbe pensare ad una necessità di mettere ordine ad un sistema che solo in apparenza si manteneva omogeneo, ma in cui la coesistenza nello stesso genere di forme quali lupus maschile e fagus femminile iniziava a non essere sentita più come pertinente.

Più genere più sessismo?
A dispetto di quanto noi parlanti di lingue che ricorrono ai generi potremmo pensare e benché l’esistenza dei generi non sia un fatto strano, è da rilevare che le lingue prive di generi, come l’inglese (che però mantiene una traccia di distinzione a livello di pronomi), sono più numerose di quelle che li hanno. Come si è anticipato, oltre ai generi grammaticali maschile/femminile ne sono possibili altri: in una  lingua dell’Australia, il dyirbal, ci sono generi per il maschile, il femminile, il commestibile diverso dalla carne e il neutro; in navaho ci sono tredici generi: esseri vivi, oggetti rotondi, oggetti riuniti in insieme, contenitori rigidi con contenuto, oggetti compatti, oggetti che somigliano al fango, massa, ma nessuno distingue maschile e femminile.

L’Alambak, una lingua del gruppo Sepik Hill parlato in Papua Nuova Guinea, ha un genere “maschile”, che include maschi e cose che sono alte o lunghe e magre, o sottili come i pesci, i coccodrilli, i serpenti lunghi, le frecce, le lance e alti alberi dal fusto stretto, e un genere “femminile” che include donne e cose basse, rannicchiate o aperte, come le tartarughe, le rane, le case, gli scudi da combattimento e gli alberi che sono tipicamente più rotondi e rannicchiati di altri (Wikipedia s.v. genere linguistico).

La maggior parte delle lingue indo-europee ha da uno a tre generi, alcune lingue caucasiche ne hanno da quattro a otto e la maggior parte delle lingue bantu ne ha da dieci a venti (ma questa cifra potrebbe essere viziata dal fatto di considerare come classi distinte quelle maschile e femminile riferite ad una stessa caratteristica).
Quanto alla correlazione tra genere e sessismo, basta una rapida scorsa alla lista di lingue prive di genere per eliminare ogni tentazione di iperboliche equazioni del tipo lingua senza generi oppure con molti più generi = lingua non sessista. Tra le lingue prive di questa indicazione abbiamo, infatti, birmano, turco, giapponese (che ha persino una lingua metandrica), ungherese (che fino a pochi anni fa prevedeva la rinuncia della donna non solo al proprio cognome ma anche al nome a seguito del matrimonio). E la lista potrebbe continuare. Perciò no, in sé non c’è correlazione tra genere e sessismo. Ciò non toglie che il sessismo passi anche attraverso il genere e che alla base dell’elezione del maschile a genere non marcato possa aver agito una mentalità in cui dominante era quanto connesso con la patrilinearità.
Quanto al comportamento di lingue senza genere nei nomi, occorre valutare la cosa su un piano più ampio: l’inglese, ad esempio, obbliga a dare certe informazioni che in altre lingue sono lasciate al contesto.
Per parlare della cena con vicin* (solo altri indizi sveleranno se si tratti del vicino o della vicina), si è costretti a specificare il tempo della cena: se abbiamo cenato, se stiamo cenando o se ceneremo. Non invece in cinese, dove non si specifica il momento esatto dell’azione, perché la stessa forma verbale può essere usata per azioni passate, presenti o future.
Insomma, dire I spent yesterday evening with a neighbor non significa adottare comportamenti meno sessisti – o meno interessati al sesso o solo meno curiosi – ma solo non dover prendere in considerazione il sesso di vicini, amici, insegnanti e di molte altre persone ogni volta che li si nomina in una conversazione.

Genere e significato: l’elogio della cantantessa?
Messe momentaneamente da parte le questioni più strettamente teoriche, farò un bagno nella lingua “viva” e più in particolare mi confronterò con uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori della necessità di una riforma linguistica che, ristrutturando il riferimento ai generi, possa contribuire a scardinare il meccanismo discriminatorio nei confronti delle donne spesso poco visibile ma ciò nonostante operante.
Mi riferisco al caso di -essa, formante che serve a femminilizzare nomi di professione (espressi come di consueto al maschile) almeno in epoca contemporanea e anticipo fin da subito che, a mio giudizio, è probabilmente per ragioni che hanno a che fare con la diacronia che se ne invoca l’abolizione.
E più precisamente con il passaggio tra il XIX e il XX secolo, quando si assiste all’apice (in senso relativo, vista la complessiva scarsa produttività di questo schema di formazione) della coniazione di queste forme indicanti donne o animali di sesso femminile (leonessa, elefantessa) o creature fantastiche (diavolessa, orchessa).
Limitatamente alle donne occorre poi distinguere tra titoli nobiliari (duchessa, contessa, etc.), ruoli religiosi (diaconessa, papessa, sacerdotessa, etc.) e titoli professionali; tra questi si ha un primo gruppo, più datato, da basi indicanti gradi militari, cariche politiche o amministrative la cui coniazione secondo Grossman-Rainer si sarebbe resa necessaria

per riferirsi alle mogli di uomini che esercitavano il ruolo indicato dalla base, in epoche in cui tali ruoli erano preclusi alle donne. Tra gli esempi citiamo giudicessa, presidentessa, sindachessa, generalessa, ufficialessa, capitanessa, dogaressa (da doge, con allomorfia della base), ministressa (n.d.r. a. 1939). In epoca recente, alcune di queste formazioni sono state riutilizzate per indicare donne che ricoprissero quei ruoli ormai per loro possibili; ma per la formazione di nomi professionali il suffisso -essa è in forte concorrenza con altri procedimenti […]. Tra i nomi d’agente in -essa che indicano donne che svolgono determinate professioni o ruoli sono piuttosto saldi nell’uso dottoressa, professoressa, studentessa, campionessa, poetessa.
Le basi delle mozioni in -essa sono in prevalenza maschili in -e; in qualche caso si sono formati femminili in -essa da maschili in -tore (procuratessa “moglie di un procuratore […]” (con una perdita di -or- non chiara definita dal DISC aplologia; cfr. però anche procuratia), fattoressa, dottoressa) o in -iere (cavalieressa) che normalmente subiscono altri tipi di mozione […]. Sono in -essa anche i femminili da alcuni maschili in -a:papessa, poetessa, preofetessa, oltre che duchessa. Da maschili in -o i femminili in -essa sono assai meno numerosi, e nettamente più esposti alla concorrenza di altri procedimenti […] (THORNTON 2004:223- 224).

La cospicua dose di condanna e sarcasmo che ha segnato la formazione di questi nomi da parte di uomini e che ancora oggi è ragione per discutere della loro sostituzione si può ben comprendere da questo passaggio del Bertini che, con stizza, affermava che «infino le donnicciule e veccherelle voglion fare le medichesse; e quasi che elle siano le satrapesse dell’arte».
È perciò indubbio che in una certa epoca della storia linguistica italiana al suffisso sia stata associata una carica peggiorativa e stigmatizzante, di cui recano incontrovertibili tracce anche i meno comuni madrigalessa, articolessa, filatessa, sonettessa, capitolessa, che nulla hanno a che vedere con le professioni; questa carica non appare però dissimile da quella che ha accompagnato dottora

Femminile di dottore e meno comune di dottoressa. Ora le donne addottorate in qualche disciplina, così orgogliose come esse oggi sono della loro dignità, in qual modo chiamarle? a dottora non ci si usa, e dottoressa sa di saccente e pare contenere in sé alcuna parte di scherno o almeno di estraneo all’ideale femminista: onde è che le donne che hanno diploma di laurea scrivono spesso sul biglietto dottore, quasi nome partecipante. La grammatica del Morandi e Cappuccini (paragrafo 138) approva questo nuovo uso femminile di dottore. Così, in francese, femme docteur. Anche una poetessa oggi è poeta. Non bastano i maschi? (PANZINI s.v. dottora).

Al di là del giudizio sprezzante che il Panzini riserva agli effetti della “rivalsa femminista”, giudizio parzialmente esteso anche alla categoria dei poeti maschi, colpisce la modernità delle considerazioni del lessicografo, anticipatrici delle principali argomentazioni ora portate a sostegno ora a detrimento di quanto espresso dalle ben note Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana.
Partendo dal presupposto che nell’italiano dell’uso contemporaneo la forma di riferimento per la massa parlante è dottoressa, è plausibile ritenere che evitando l’uso di questa e delle altre forme in -essa si restituirebbe dignità a chi si sente leso dal retaggio discriminatorio (retaggio oggi accessibile per lo più per via metalinguistica) di cui queste forme mantengono traccia? Oppure, trattandosi, almeno nei casi di dottoressa, poetessa, professoressa, di forme ben consolidate nell’uso (oltre che del lessico di base), una eventuale modificazione (dall’alto, in senso acrolettico perché promossa da parlanti dotati di un grado notevole di sensibilità metalinguistica) condurrebbe ad una condizione che “saprebbe” di artificiale allo stesso modo in cui a dottora (quello stesso dottora invocato da molte sostenitrici delle Raccomandazioni) all’epoca del Panzini non ci si usava?

Ciò che intendo dire è che, negli ottanta anni intercorsi dai tempi dell’edizione citata del Panzini (1931), la questione di questa categoria di nomi si è continuata a riproporre in maniera pressoché identica, anche per via dell’esiguo numero di possibili alternative: esclusa dottoressa, anche oggi non resterebbero che dottora o dottore, separati da uno iato di tipo ideologico più che linguistico.
E quand’anche si riuscisse ad “imporre” l’espunzione dell’odiata forma, assai probabilmente si tratterebbe di una eliminazione di principio: come la storia dei vari purismi ha insegnato, difficilmente le dinamiche del mutamento si lascerebbero infatti guidare dalla ragione, anche quando supportata da argomentazioni lodevoli. Si potrebbe perciò venire a determinare uno scenario che ricorderebbe da vicino quello tipico dei contesti di diglossia con stavolta una variante a marcare i registri di un politicamente corretto allargato e l’altra i registri meno controllati. E se così fosse, non è difficile immaginare che il suffisso -essa non sarebbe espunto dal sistema, neppure nelle varietà più controllate, perché, come oggi già accade, ritornerebbe a marcare forme scherzosamente ironiche che potrebbero celare il consueto sessismo.

Che la soluzione possa allora essere quella della cantantessa Carmen Consoli, forma analogica che a mio avviso va ben oltre il ‘soprannome simpatico’ con cui il neologismo è stato spiegato da molta stampa e che potrebbe incarnare il frutto di una battaglia personale della cantautrice comprensibile solo partendo dall’attribuzione a poetessa (e non a la poeta) di una dignità e nobiltà che collocherebbe questo e gli altri termini in -essa su un piano opposto a quello delle Raccomandazioni?
Il riferimento a quella quota di soggettività che finisce per caratterizzare i significati nell’uso (significato pragmatico) e alla distanza a volte estremamente consistente dal significato “di base”, quello atteso da chi guardi ai dizionari (significato lessicale) non può non coinvolgere la questione delle asimmetrie di cui la lingua è ricca, alcune delle quali hanno a che fare con il tema qui discusso. Si tratta infatti di esempi arcinoti (e cavalcati da chi ritiene che sia necessario emendare la lingua per correggere comportamenti sbagliati) di polarizzazione in senso sessuale che coinvolgono aggettivi, sostantivi e locuzioni che sul piano lessicale non comportano alcuna discriminazione. Se ne propone una spigolatura
– tra gli aggettivi: disponibile, libero, insignificante, simpatico, serio, professionista, intrattenitore

Ad esempio l’aggettivo libero se si riferisce ad un uomo ha connotazioni morali e intellettuali, se riferito ad una donna connota il suo comportamento sessuale. Serio, per un uomo, qualifica la sua dirittura morale in senso lato e coscienzioso, il suo comportamento soprattutto nel lavoro, mentre, per la donna, seria connota il suo comportamento sessuale e le sue doti “materne e casalinghe”. O, ad esempio il termine insignificante: al maschile significa ‘incapace, mediocre, senza qualità di spicco’, al femminile indica in genere ‘brutta’.
Nell’uso della lingua è possibile rilevare un’altra importante asimmetria linguistica rappresentata da quegli usi linguistici che trasmettono modelli stereotipati di uomini e donne, come ad esempio il differente significato che assumono espressioni quali uomo di mondo e donna di mondo; massaggiatore e massaggiatrice (<http://giornaleilreferendum.com/2012/03/29/il-potere-delle-parolacce-tra-sfogo-elimi nazione-di-tabu-econservazione-di-stereotipi/>).

– tra le forme complesse (o polirematiche che dir si voglia): uomo di mondo, uomo facile, uomo senza morale, uomo con un passato, uomo da poco, uomo allegro vs donna di mondo, donna facile, donna senza morale, donna con un passato, donna da poco, donna allegra, tutti, tranne forse donna da poco, orientati in senso sessuale;
– tra i nomi di professione: massaggiatore, segretario, tenutario, governante, commesso vs massaggiatrice, segretaria, tenutaria, governante, commessa.

Di una disamina più puntuale necessitano invece, poiché connessi con il lessico e non con la “sola” semantica.
– alcuni derivati, alterati e locuzioni da uomo/maschio e da donna/femmina, selezionati da Treccani.it s.vv.

uomo: a tutt’uomo, di uso ormai raro, ‘con tutta la forza di cui un uomo è capace, con estremo vigore’: si mise a dar mazzate a tutt’u.; come un sol uomo, ‘tutti insieme, con sforzo unanime’: gridavano come un sol u.; si precipitarono su di lui come un sol uomo. Per la locuz. marcamento o marcatura a uomo, nello sport, v.marcamento. […]. Nei vari alterati, essendo la prima sillaba fuori d’accento, si ha sempre o- invece che uo-; si vedano quindi nel rispettivo ordine alfabetico omaccio, omarino, ometto, omicciolo, omiciattolo, omino, ominone, omone, ecc.
donna: dim. donnétta (talora anche spreg. o vezz.), donnina, o donnino m. (‘donna piccola e graziosa, fanciulla o giovinetta assennata’; donnina allegra, spesso eufem. per ‘donna di facili costumi’; donnino si dice anche di uomo che sbrighi le faccende di casa). Dim. o spreg. donnùccia, donnicciòla (anche di uomo debole o chiacchierone); solo spreg. donnàccola (‘donna del volgo, pettegola’), donnùcola (‘donna povera e in cattive condizioni’), e donnàcchera (‘donna d’inferiori condizioni, sudicia o d’animo vile’). Accr. donnóna, e donnóne m. (‘donna grossa e robusta’). Pegg. donnàccia (‘donna cattiva d’animo’ o, più spesso, ‘di pessimi costumi’).
maschio: dim. maschiétto s. m., con accezioni partic. (v. la voce, e v. anche il femm. maschietta); accr. maschiòtto, maschióne (femm., non com., maschiòtta, maschióna, ‘di ragazza disinvolta nei movimenti o robusta, ben piantata’); pegg. maschiàccio (v.).
femmina: dim. o spreg. femminèlla22 (per accezioni partic., v. la voce), femminétta, femminùccia (quest’ultimo anche in riferimento a uomo o ragazzo timido, debole, irresoluto); pegg. femminàccia.

La semantica di queste forme si inscrive perfettamente nel quadro di una ideologia che mira a rinforzare se stessa attraverso l’opposizione “noi-loro” tanto cara a Van Dijk, la cui importanza si può cogliere attraverso l’indebolimento del maschio che viene definito femminuccia e il rinforzo della femmina che viene definita maschiaccio.
L’asimmetria nei casi considerati fa emergere l’azione di pregiudizi e stereotpi maschilisti e sessisti. Non per questo si deve arrivare però a pensare che celi dei pericoli, essendo frequente nelle lingue a tutti livelli.
Connessa con il genere ma non con questioni di natura sessista è, ad esempio, il fenomeno dell’allotropia (di genere), quello per cui si hanno coppie di parole che associano a ciascun genere un significato peculiare

tacco vs tacca
cappotto vs cappotta
panno vs panna
bollo vs bolla
filo vs fila
pasto vs pasta
cero vs cera
colpo vs colpa
tavolo vs tavola
grano vs grana

cui si vanno a sommare, su un piano diverso ma anch’esso spiegabile attraverso processi di ricostruzione etimologica,

morale il/la
fine il/la
il carcere vs le carceri

Diverso, perché in sé non connesso con questioni di pragmatica (almeno in senso linguistico), ma attinente con il tema per ragioni connesse alla semantica e di sicuro più subdolo, è invece il caso, tristemente noto (un dato su tutti, desunto dalla stampa: 59 donne uccise nei primi 128 giorni del 2012), della coppiaomicidio passionale vs femminicidio/uxoricidio, con il primo membro della coppia, omicidio passionale, a spostare il fuoco dell’attenzione ad un immaginario soggetto estraneo che si impossessa della volontà di uno dei due membri di una coppia (in genere dell’uomo) per lo più provocato da un comportamento verbale o non verbale dell’altro membro (in genere una donna).
L’esistenza di comportamenti linguistici sessisti è indubbia come è indubbia una preponderanza di esempi spigabili in nome di un maschilismo dato per scontato fino a un tempo recentissimo, se si lo si rapporta alla storia della nostra cultura.
Ciò non toglie che esistano casi di sessismo linguistico in cui ad essere discriminati sono gli uomini: si pensi a mammo (perché non padre e basta?) o a casalingo, che ancora fa sorridere molti di coloro che lo pronunciano o che lo sentono pronunciare, a riprova di una lettura “parassita” diffusa che ha spinto un gruppo di uomini casalinghi a fondare una associazione a tutela della loro attività.
La differenza tra questi e gli altri esempi sta nel fatto che questi non si possono definire di matrice femminista. Ma è innegabile che almeno in certi strati della società sia in atto un tentativo di riscrittura dei ruoli tradizionali, quel tentativo che richiederebbe un diffuso uso di plurali in luogo di inveterati e comodi singolari (la donna, la famiglia, etc.).
Un auspicio per un futuro con meno sessismi.

Uso connotativo e percezione dei parlanti
Nel paragrafo precedente è stata toccata la questione del rapporto tra significato lessicale, aderente alla denotazione, e significato pragmatico, fluido come lo è la comunicazione effettiva tra parlanti.
Vorrei rimanere su questo aspetto ed esemplificare gli effetti di questa fluidità prendendo spunto da un caso di cronaca, anzi di gossip, che dei significati del composto originario avente god ‘dio’ al primo membro non reca più alcuna traccia. L’episodio a cui mi riferirò è la diffusione, nel corso della primavera 2012, da parte di numerosi giornali, anche di prestigio e tradizione, di resoconti relative alla nuova relazione sentimentale di Rita Rusic, ex-moglie di Vittorio Cecchi Gori.
Le parole scelte per descrivere il nuovo compagno della Rusic attingono a quel lessico in sé “neutro” ma di fatto esemplificativo della sussistenza di una asimmetria rappresentata da quegli usi linguistici che trasmettono modelli stereotipati di uomini e donne: fidanzato toy-boy / giovane fidanzato / giovane e muscoloso fidanzato / giovane e aitante fidanzato / giovanissimo e muscoloso fidanzato / nuovo fidanzato (corpo mozzafiato) / giovane e muscoloso fidanzato / mare, sole e giovane fidanzato / mare infinito col fidanzatino.

A parte toy-boy (prestito a favore del quale ha probabilmente giocato anche la forma fonica gradevole oltre che un certo grado di ipocrisia, dal momento che il prestito consente di evitare il confronto con i mezzi linguistici endogeni nella ricerca di un’espressione calzante con quanto si vuole affermare), ci si trova innanzi ad un mini-corpus di forme che in sé non hanno particolare valenza negative, ma che si caricano di una connotazione sessista (maschilista) nel momento in cui si sottolinea – per chi non la conoscesse – l’età della protagonista, cinquantaduenne, che per forma fisica dimostra assai meno dei suoi anni, «anche grazie al ritrovato amore» (da un articolo del Corriere online dei primi di maggio, ma si tratta tutt’altro che di un unicum).
L’azione dello stereotipo agisce, in realtà, in una duplice direzione facendo leva sulla comunanza di pareri in merito a:
1) la passatezza (nel senso di scarsa appetibilità) delle donne cinquantaduenni
2) l’ironia riservata a quelle donne che “si consentono il lusso” oppure “hanno il privilegio” di una relazione con un uomo molto più giovane di loro.
Presupposizioni ideologizzanti che, come se non fossero abbastanza chiare, vengono in tanti articoli esplicitate e sovraccaricate per mezzo di elencazioni di pregi fisici della Rusic o di premure del compagno.
Un altro esempio, ancora dalla cronaca: il caso di Elle Macpherson, della quale, sempre Corriere.it, ha recentemente scritto:

“The body” mollata dal fidanzato?
Stando alle indiscrezioni il miliardario americano Jeff Soffer si sarebbe invaghito di una modella enne […] colombiana che ha posato spesso per una linea di costumi da bagno e che avrebbe fatto perdere la testa all’uomo, al punto da spingerlo a dare il benservito alla più stagionata fidanzata (48 anni a fine mese)
(<http://www.corriere.it/spettacoli/12_marzo_15/macpherson-mollata-fidanzato_0c5963e6 -6e95-11e1-850b-8beb09a51954.shtml>).

Ci si dovrebbe allora domandare: cosa c’entra la lingua? Come si può pensare che sia la lingua ad essere sessista, maschilista? È quello che il parlante “aggiunge” al detto (tacitamente, perché non ha necessità di verbificarlo) e che è parte integrante del suo bagaglio di conoscenze, della sua visione del mondo, insomma qualcosa di esterno alla lingua, benché espresso per mezzo di essa, a rendere discriminatorio il testo.

La prova dell’esistenza di una ideologia che si alimenta di stereotipi che trovano nella lingua una forma di espressione, senz’altro la più potente, ma che non possono essere imputati alla lingua?
Il caso contrario, quello dell’uomo che intrattiene una relazione “seria”, “impegnata”, con una donna molto più giovane. Nello stesso articolo poc’anzi citato, in riferimento al tradimento di cui è stata vittima Elle Macpherson si scusa quasi l’ex-compagno fedifrago perché un’altra donna «gli ha fatto perdere la testa»: si “esternalizza” in tal modo qualunque responsabilità dell’uomo, bonariamente assolto.

La cosa che però dovrebbe far riflettere più di tutte è che l’articolo sia stato scritto da una donna, Simona Marchetti, fatto che riprova come certi schemi mentali (e i conseguenti stilemi) abbiano permeato il cervello di tutti… e di tutte.
Del resto, in riferimento alla stessa vicenda, il Giornale titolava: «Elle Macpherson mollata, la donna più bella del mondo trattata come una racchia», quasi che l’atto di abbandono a favore di una donna molto più giovane fosse accettabile se perpetrato ai danni di una donna poco avvenente (<http://www.ilgiornale.it/la_tag.pic1?TAGS=modella&START=0>).

Giudicare in modo troppo severo il tono di questo articolo farebbe però il gioco dell’articolista stesso, vista la chiave ironica con cui è stato scritto. Una ironia che però non si priva di alimentarsi di formule stereotipate:
– «Sciacquetta di 25 anni»: per la nuova fidanzata di Jeff Soffer
– «Ma evidentemente anche la Macpherson, senza trucco e appena sveglia, può apparire (si fa per dire) come la nostra “Pina”»: per la Macpherson, della quale si erano decantate le lodi estetiche, la beltà che non avrebbe dovuto concedere spazio alla sciacquetta
– «il richiamo della “carne fresca” batte ogni avvenenza»: per spiegare che genere di impulso sconsiderato abbia agito nel «nostro soggetto diversamente intelligente», Jeff Soffer, il «di-sicuro-non-cervellone» che ha lasciato la Macpherson, in cui la neoforma occasionale di-sicuro-non-cervellone vuole sintetizzare le varie considerazioni che, solo in apparenza per ragioni connesse con il politicamente corretto, introducono e accompagnano nel corso della narrazione il fedifrago. L’accusa di scarsa intelligenza si motiva infatti ancora una volta con le pregevoli qualità estetiche della “mollata”.

Infine
– «A soffiare la notizia della Elle “trombata” all’orecchio del magazine australiano Woman’s Day, pare sia stata un’amica […] la serpe travestita da amica»: da segnalare fosse solo per il fatto che altri giornali parlano di un amico.
Insomma, per fatti analoghi scattano gradi diversi di censura orientati lungo una scala costruita in ossequio ad una ideologia dominante. Ciò fa si che il testo risulti orientato verso il lettore, che ci siano maggiori possibilità di incontrane il consenso, che si rafforzino (giudizio positivo) comportamenti in sé identici ma percepiti come lusinghieri o esecrabili a seconda del sesso dell’attore coinvolto.
Ci si potrebbe allora domandare se un’abolizione “per decreto” dell’uso connotativo risolverebbe o almeno migliorerebbe la situazione. La risposta non può che essere, ancora una volta, che no, un’azione per decreto non è pensabile, perché a bloccarsi sarebbe il funzionamento stesso della lingua, che trova una risorsa potentissima proprio nella possibilità di organizzare un numero non dico ristretto ma contenuto o comunque definibile di significati lessicali in un numero potenzialmente infinito di significati pragmatici.
Si può però, e anzi si deve, lavorare, invece, sulla creazione di nuove ideologie, che risultino meno discriminatorie o non univocamente discriminatorie e che, soprattutto, possano contribuire al radicamento nelle nuove generazioni di una nuova mentalità (alcuni studiosi arrivano a sostenere che non c’è conoscenza al di fuori dello stereotipo e che il pregiudizio aiuta la conoscenza perché fornisce al bambino e a chi si trovi ad affrontare il nuovo un supporto per l’elaborazione del reale).
Sta agendo in direzione di una correzione degli usi linguistici l’attività di gruppi quali Se non ora quando, mirata a far sì che la rimozione di (omicidio) passionale con passionale a richiamare passione, concetto in sé tutt’altro che negativo e associato dal parlante a esperienze solitamente piacevoli, possa rimuovere il torpore che spesso accompagna la cronaca dell’ennesimo femminicidio.

Vecchie norme e nuove norme
Mi avvio alla conclusione di questo intervento ritornando sulla questione dell’inaugurazione di abitudini linguistiche per decreto, connessa anche con le ragioni che spingono molti e molte a rifiutare o almeno ad essere riluttanti a usare soluzioni come assessora o pretora perché, come nel caso del dottora di panziniana memoria, “suonano male”.
Cosa nasconde l’espressione suonano male? Un pregiudizio sessista o un ostacolo implicito nell’uso della lingua? Si può cambiare la cultura cambiando lingua o si cambia la lingua cambiando la cultura?

Non mi piace quando dite la Fornero, oppure la Littizzetto. Dite Fornero e basta, così come dite Monti (Elsa Fornero, Ministro del lavoro e delle politiche sociali, 14 gennaio 2012).

Sulla stessa linea di questa esternazione – cui è conseguita la cura, da parte di molti giornalisti impegnati a scrivere sul ministro, nell’omissione di ogni riferimento al genere femminile, ma anche, da parte di altri, una reazione provocatoria culminata nella coniazione de il Fornero – si collocano gli interventi di giornalisti, intellettuali e linguisti (solo i più noti: Serianni, Bossi Fedrigotti, Braghieri, Severgnini) in merito alla spinosa questione dell’articolo anteposto a cognomi di donne in vista.

Per i cognomi di donne, anche per quelli di donne contemporanee, fino a qualche tempo fa si usava quasi sempre l’articolo. Se Conti, Salvi e Bianchi erano degli uomini, niente il; se invece erano delle donne, tutti pronti a intonare il la: la Conti, la Salvi, la Bianchi. Ma perché mantenere questa discriminazione fra uomo e donna? Perché le opportunità siano pari anche sul piano linguistico, se dobbiamo nominare una coppia affiatata come quella formata da Rosy e Silvio, è giusto scrivere Bindi e Berlusconi, piuttosto che la Bindi e Berlusconi (DELLA VALLE-PATOTA 2011:49-50).

Parole e argomentazioni che ricordano e richiamano la polemica sui nomi di professione e il tentativo di riformarli, sulla scorta di quanto è accaduto e accade in altri paesi europei, già caldeggiato nelle Raccomandazioni di Alma Sabatini.
Analogamente a quanto fatto per i nomi in -essa ma stavolta guardando agli effetti del rinnovamento linguistico, esaminerò i casi del femminile dei nomi in -tore e -sore, oggetto di diverse “cruscate” accessibili dal sito dell’Accademia

I nomi maschili uscenti in -tore, anche detti nomi d’agente in quanto designano “chi compie un’azione”, formano nella maggior parte dei casi il femminile in -trice (quindi, ad esempio, attore/attrice, lettore/lettrice, pittore/pittrice, scrittore/scrittrice). Alcuni problemi nel passaggio alla forma femminile si hanno quando il suffisso -tore sia preceduto da una consonante diversa da t (esempio impostore, gestore, pastore, tintore): in questi casi infatti le sequenze -strice e -ntrice, che ne derivano, risultano abbastanza difficili e forme del tipo pastrice, tintrice, impostrice non sono ammesse, mentre è attestata (cfr. Dizionario Italiano Sabatini Coletti) la forma gestrice anche se segnalata come non comune. In questi casi meno lineari sono possibili, anche se non frequentissimi, i femminili in -tora (quindi pastora, tintora, impostora, ecc.).
Leggermente diverso è il caso dei nomi maschili uscenti in -sore (del tipo evasore, possessore, trasgressore) che invece formano quasi sempre il femminile in -itrice dalla radice, terminante per -d, dell’infinito del verbo da cui derivano (evad-ere; possed-ere; trasgred-ire); si avranno quindi le forme, anche queste non comuni nell’uso, evaditrice, posseditrice, trasgreditrice. Abbiamo poi casi in cui la terminazione popolare -sora si affianca a quella in -itrice e possiamo quindi trovare le forme evasora, uccisora, ecc.
Fanno parte di questa categoria di sostantivi anche alcuni nomi professionali indicanti mestieri e professioni tradizionalmente riservati agli uomini che, con l’aumento della presenza femminile, stanno subendo un riassestamento: un caso emblematico, tra quelli uscenti in -sore, è assessore (dal verbo assidere, propriamente ‘sedere accanto’) di cui possiamo trovare, in sintonia con le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini in cui erano caldeggiate le forme femminili del tipo avvocata, ministra, soldata, la forma femminile assessora, favorita anche dall’impossibilità, iniziando per vocale, di indicare il femminile attraverso la scelta dell’articolo (es. il giudice e la giudice; il deputato e la deputato, ecc.). Dello stesso tipo in -sore è confessore che però, vista la prerogativa di indicare un agente che può essere soltanto maschile, non conosce la forma femminile. In questo caso, per usare il nome d’agente riferito ad una donna, sarà preferibile optare per un sinonimo, ad esempio confidente.
(<http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4297&ctg_id=44>)

La situazione dei femminili di queste forme è spiegata da Raffaella Setti (redattrice de La Crusca per voi, rubrica telematica dell’Accademia), in risposta al quesito di diversi lettori, in modo essenziale ma talmente chiaro da consentirmi di non aggiungere nulla e di concentrarmi su un’unica forma, gestrice, della quale ricorrono numerose occorrenze nel web. La voce è persino lemmatizzata nell’edizione internazionale (in inglese) del Wiktionary, il dizionario di Wikipedia, s.v. ma non in quella italiana.

Noun
gestrice f. (plural gestrici) Masculine gestore ‘manager (female)’
Related terms gestire (<http://en.wiktionary.org/wiki/gestrice&gt;)

La gestrice è perciò una manageressa (adattamento dell’inglese manageress attestato nell’italiano scritto assai più di quanto si possa pensare) ignota ancora ai più ma a quanto pare in via di diffusione (<http://messaggeroveneto.gelocal.it/cronaca/2012/03/20/news/rapina-la-gestrice-del-compro-oro-e-fuggecon-l-incasso-1.3702282>; <http://www.libertas.sm/cont/news/rimini-piscina-comunale-irregolare-multatasocieta -gestrice/48713/1.html>)
Altro esempio di nome di professione in -tore che (ancora) non compare nei dizionari ma che è usato in testi reperibili nel web è balneatore ‘proprietario o gestore di stabilimento balneare’, citato anche in un’altra risposta dell’Accademia della Crusca ai propri lettori e oggetto di un sondaggio, anch’esso in rete, dal quale emerge la tendenza alla sostituzione di balneari con balneatori in quasi tutti i nomi delle associazioni di categoria: per quanto riguarda il rapporto tra le due forme, prosegue l’articolo

Entrambe le forme (la ricerca è stata condotta digitando le stringhe i balneatori e i balneari) sono attestate, oltre che in quelli delle associazioni di categoria, nei siti di enti amministrativi, quotidiani, riviste o radio locali, ovviamente sempre riferibili ad aree costiere; per quel che riguarda le occorrenze, la disparità a vantaggio di i balneari è contenuta: circa 3000 contro circa 2100. Dai risultati della ricerca risulta anche in modo evidente una sorta di partizione geografica nella diffusione delle due forme concorrenti: mentre balneare è riferibile all’area adriatica settentrionale, a quella ionica e soprattutto a quella tirrenica (in particolare alla Toscana, ma anche a Campania, Lazio e Sardegna), balneatore appare decisamente di area abruzzese, molisana e marchigiana (<http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8120&ctg_id=44>)

C’è da chiedersi se questa oscillazione possa portare nel tempo a delle incertezze anche nella produzione di sintagmi originariamente e ancora oggi costruiti con balneare in funzione di modificatore, quali stagione balneare, stabilimento balneare e affini.
Ridotti per numero e, tutto sommato, anche per portata, questi due esempi mostrano come in effetti l’innesto di forme allotropiche non solo sia possibile ma possa avvenire anche con discreto successo, almeno in contesti relativi a registri o linguaggi specialistici.
La resistenza maggiore credo che si riscontrerà a lungo – e con esiti incerti – nella lingua dell’uso, in cui il parlante può servirsi di tante strategie concorrenti per rettificare o rendere con enfasi o attenuare gli effetti della deriva sessista, in effetti caratterizzante determinate forme (senza dover ricorrere a stravolgimenti dell’uso).
Vale la pena sottolinearlo ancora una volta, la discriminazione passa per la lingua, è vero, muovendo però da cornici cognitive, da veri e propri frameworks consolidatisi per effetto della rappresentazione mentale della società.

Ecco allora che l’insidia maggiore è quella evocata da nomi di professione che, come cuoco o cuoca, rappresentano linguisticamente l’opposizione m/f ma solo formalmente, poiché sul piano dei valori che muovono (sul piano, cioè, della connotazione) non appare esservi equipollenza; oppure da commesso/commessa per l’immediata evocazione del genere naturale insieme a quello grammaticale; oppure, e qui lo iato percettivo tra m e f si incrementa, da casi come chef, pilota, astronauta, ancora evocatori di un immaginario quasi esclusivamente maschile. Così come, all’opposto, ma con analoghi effetti discriminatori, da velina, donna delle pulizie, colf, per cui manca un corrispettivo maschile (velino ad esempio è sporadicamente usato, ma la sua forza risulta “spuntata” o vira verso l’ironia anche in contesti “seri”: cfr. <http://www.corriere.it/cronache/10_maggio_30/Il-divietodi-infradito-e-la-nostra-estate-scostumata-agnese_8f9a6cc0-6bc0-11df-bd8b-00144f02aabe.shtml> del maggio 2010): c’è da dubitare che per questa assenza gli uomini si possano sentire discriminati.

La soluzione non può però passare per un appiattimento su quello che da alcuni è bollato come politically correct e da altri come sensibilità e espressione di pari opportunità. Si pensi agli effetti che una generalizzazione miope dei femminili produrrebbe comunque nell’uso: se, ad edempio, di Rita Levi Montalcini si dicesse che è una tra le più grandi scienziate per evitare il maschile inclusivo, la si priverebbe della primazia anche su buona parte degli uomini.
Insomma, dietro alle forme raccomandate e ai problemi nella loro accettazione c’è molto più che un problema di cacofonia o di abitudini e un eccesso di razionalità a guidare i comportamenti verbali non ritengo sia auspicabile per la natura stessa della lingua. Il sessismo veicolato attraverso la lingua è un dato di fatto e non lo si ribadisce mai abbastanza; ma come la bellezza è negli occhi di chi guarda, così la discriminazione è anche nelle orecchie di chi ascolta.

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