GRAMMATICA E SESSISMO

SEMINARIO-LABORATORIO PERMANENTE DI STUDIO DEL GENERE E DELLE SUE IMPLICAZIONI

Quando definire è far finire il mondo in una scatola. Per una possibile origine del cosiddetto maschile non marcato.

di Francesca Dragotto

in di Pace L., Manco A., De Meo, A. (a cura di), Al femminile. Scritti linguistici in onore di Cristina Vallini, Firenze, Cesati editore, pp. 273-280

 

Venuto dal sole o da spiagge gelate
perduto in novembre o col vento d’estate
io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai
amore che vieni, amore che vai
io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai
amore che vieni, amore che vai

 

La lingua consente nomi alle cose e, conseguentemente, le rende comunicabili. La lingua consente di vedere le cose anche al buio, con la mente, a distanza, anche quando non ve ne sia più traccia, grazie e al termine di un lungo processo di trasformazioni fisiche e funzionali, chissà se avvenute linearmente o a salti, senza le quali saremmo altro da ciò che siamo. La lingua, insomma dà.

Una volta nominata, la realtà finisce di essere solo la realtà, giacché la nominazione, in modi differenti per ogni sistema linguistico, sceglie di mettere in risalto alcuni tratti a scapito di altri, facendone semantica, e l’apparato che di quel nome si serve, dopo essersi a quel nome addomesticato, perpetua inevitabilmente all’oblio (o almeno condanna all’ombra) ciò che dalle trame del nome è rimasto escluso. La lingua, insomma, prende.

Fissate queste coordinate, si potrebbe riflettere su quanto ciascuna categoria espressa dalla lingua costituisca un vantaggio e insieme uno svantaggio, anche (soprattutto?) in termini cognitivi. Su quanto la lingua, cui è attribuito l’onore di essere misura di tutte le cose, comporti un onere di identico peso del quale è impossibile liberarsi per via dello stesso convenzionalismo che rende la lingua tanto vantaggiosa per chi se ne serve.

Si potrebbe, insomma, tentare almeno di riflettere quanto l’organizzazione della lingua, delle sue categorie e, a un altro livello di discorso, la sua formalizzazione, producano effetti misurabili operando sul piano della realtà.

Scopo di questo contributo, che nelle intenzioni vorrebbe costituire un omaggio a chi con la propria riflessione e l’opera che ne è conseguita ha alimentato la riflessione sulla lingua e sul suo funzionamento, è la misurazione degli effetti della formalizzazione metalinguistica sulla percezione dei generi – a cascata linguistico e culturalmente costruito, nel senso di gender – nella società parlante italiano. Più precisamente, ciò che si ambisce a fare nel piccolo di questa riflessione, è ipotizzare che alla base del cosiddetto maschile inclusivo e della sua successiva normatizzazione e normalizzazione possa aver agito quell’operazione di codifica metalinguistica resasi necessaria per preservare il latino in una società per la quale la latinitas era sentita come necessaria a preservare il senso di appartenenza a un mondo ambito.

Quanto all’epoca di questa operazione, il contesto per la sua individuazione (chi scrive ha però la convinzione che il processo abbia avuto inizio ben prima, ma su questo si ritornerà più avanti) potrà essere individuato nelle parole spese da Mario Geymonat a commento della situazione in cui nel V-VI (epoca segnata dalla sempre più marcata differenziazione tra Oriente e Occidente e, parallelamente, dalla formazione e dal consolidamento dei regni barbarici) versava la critica alla letteratura ereditata dai secoli precedenti.

Una o due generazioni dopo Servio il grammatico Prisciano, giunto dalle coste atlantiche dell’Africa fin nella capitale dell’impero d’oriente, tralascerà la critica della letteratura per svolgersi piuttosto alla difesa della lingua. Nelle sue opere minori come in quella più importante, l’Institutio de arte grammatica, lo studioso sente ormai la lingua di Roma come unico elemento unitario che può opporsi alla fine dell’Impero. Cercando di mettere ordine nelle norme grammaticali egli si serve certo dei testi classici, di Virgilio in particolare, non però allo scopo di discutere le diverse possibili interpretazioni di singoli casi, ma per stabilire certezze, per confermare con esempi pertinenti la propria dottrina grammaticale e una serie di proposte normative che aveva introdotto. Il frantumarsi dell’interesse critico e la subordinazione del fatto letterario a quello puramente linguistico sono ancora più evidenti nella formazione dei lessici, quando il materiale virgiliano e non solo virgiliano di varia provenienza viene ordinato alfabeticamente, non più allo scopo di accompagnare e guidare la lettura del testo, ma solo per testimoniare, caratterizzare e difendere un uso di lingua: l’esempio più significativo di questa ricerca linguistica è il Liber glossarum o Glossarium Ansileubi, che si formò in Spagna nel secolo settimo e prese nome da un presunto vescovo gotico.[1]

Alla fase precedente l’attività di Prisciano, a quella lunga fase di individuazione, sedimentazione e poi cristallizzazione di criteri (cui ha fatto da pendant la canonizzazione dei testi letterari, da leggersi come classicizzazione e insieme scrematura ideologicamente guidata) di un’ars/techne della definizione, andrà perciò ascritta la causa, almeno materiale, di quella pratica tuttora consolidata di inclusione di uno o più generi in un altro. Ciò è quanto si proverà almeno a sostenere con credibilità, con il supporto di quello che risulta possibile inferire dai testi. Inferire e non riscontrare, giacché, nel caso di quel genere di testualità confluito nelle compilazioni grammaticali in generale e poi in quelle lessicografiche (alfabetiche) più specificamente, il reticolo concettuale imposto alla lingua per mezzo della lingua stessa non sembra lasciare traccia di quella fase, imprescindibile, di elaborazione e discussione (se così fosse sarebbe straordinariamente interessante prendere atto della natura del contendere di cui resta traccia a chi provi affezione per l’etimologia) dei criteri da impiegare. Criteri che, invece, in buona sostanza, a chi si misuri con la grammatica appaiono sempre uguali a se stessi, quasi che, fissati da sempre, si fossero replicati in ossequio a una pratica di ri-uso (in senso lausberghiano) poco incline a considerare alternative.

Dall’onomasticon alla lessicografia

Poiché per secoli la riflessione sulla lingua è stata a servizio della letteratura e scopo della dissertazione intorno a una forma era principalmente di coglierne valore in funzione dei testi letterari, è dalla storia della critica dei testi, della filologia e dell’erudizione che occorre partire per comprendere come a un certo punto l’apparato metalinguistico abbia guadagnato autonomia fino ad affiancare le pratiche al cui servizio lungamente era stato, affinandosi.

Occorre pertanto muovere da una considerazione, seppur di massima, su chi fosse il grammatico, guardiano della lingua nel mondo tardo antico (Kaster 1997), e su come operasse sui testi e rispetto al pubblico destinatario: in generale e nelle diverse epoche. Ma anche su cosa differenziasse il grammatico dal retore,[2] altro interprete della lingua a sua volta coinvolto nei processi educativi delle nuove generazioni e non sempre con interessi e spazi di azione distinguibili da quelli dei grammatici, professionisti il cui status sociale subì cospicui mutamenti nel tempo (Geymonat).

Impossibile, d’altra parte, quando si ha a che fare con la grammatica latina, mantenere il discorso separato da quello sulla grammatica greca,[3] con la filologia alessandrina a fare da collante di un unicum comprendente, sul versante greco, anche il frutto della riflessione sulla lingua delle epoche precedenti, in particolare di quella in cui lo Stoicismo, con la sua pratica dell’etimologia, aveva riservato una posizione di assoluto rilievo all’investigazione della lingua, giacché alla base della conoscenza della cosa significata.

Lunga sarebbe la lista di autori da investigare, di molti dei quali restano poche tracce e comunque tutti esaminati, anche dai moderni, più per il prodotto che per il processo che hanno messo in atto. Un processo del quale non resta traccia verosimilmente perché poco interessante in sé, qualora al testo del grammatico si guardi per le trame dell’enunciato e non per il processo e in special modo quello a monte, per mezzo del quale si è venuto a stabilire quel reticolo di convenzioni che hanno finito per forgiare un testo-genere che, consegnato al futuro, ha sancito un senso di tradizione probabilmente mai messa in discussione, giacché così da sempre. Proprio come la lingua…

A chi però si muova verso quel testo-genere spinto da una curiosità di ricostruzione delle procedure, alla cui fissità occorre guardare come all’esito di una lunga fase segnata da un ventaglio di possibilità, difficilmente sfuggirà che l’impianto metalinguistico delle trattazioni è difficilmente separabile dalle coordinate personali e sociali degli addetti ai lavori.

Del grammatico, cioè, del suo tempo, della rappresentazione del mondo sua e insieme della cerchia committente, non poteva perciò non restare traccia nell’impianto sottostante e sorreggente la riflessione sulla lingua e, ancor più, sulle parole scelte per riempire lo spazio metalinguistico in generale e definitorio in particolare.

Le conseguenze sull’impostazione di quei criteri lessicografici che hanno fatto scuola (e storia), ha generato infatti esiti sottovalutati o neppure considerati, finendo col determinare la coincidenza tra la realtà normata metalinguisticamente e quella percepita come normale.

Ciò che qui ci si propone di discutere, altrimenti detto, è se nel caso del genere, su cui si è scelto di focalizzarsi (lo stesso potrebbe valere per tutto ciò che ha a che fare con i processi alla base di una qualsiasi de-finizione), il processo di trasformazione che ha portato dall’onomasticon al dizionario (alfabetico), per effetto di fattori di natura sociale e al contempo individuali e per la necessità di pervenire a criteri tassonomici economici in primis da un punto di vista cognitivo, non abbia finito per piegare la realtà, riducendola.

La struttura onomastica, quella cioè che organizza repertori lessicali non mediante l’elenco alfabetico di lemmi seguiti da interpretamenta ma tramite l’accostamento ‘orizzontale’ di sinonimi e di termini appartenenti allo stesso campo semantico, è molto antica, ed è senza dubbio la più usata, almeno fino all’età augustea. In realtà, originariamente, il termine assumeva una valenza diversa da quella che ha abitualmente nella tradizione erudita: l’opera di Democrito che si intitolava ‘Onomastika/ traeva questo nome dal fatto che si occupava di problemi lessicali (forse dell’esatto valore di alcune glosse); secondo Platone (Crat. 423d, 425a), poi, l’o)nomastixh£ te/xnh consisteva nell’attribuire alle cose nomi corretti, corrispondenti alla loro essenza, e indicava quindi un’attività logico-linguistica che partiva dalla convinzione che il linguaggio, al di là di ogni elemento convenzionale, potesse, se usato con proprietà, cogliere l’essenza della realtà. Un Onomastico nel senso abituale del termine, invece, andava sotto il nome di Gorgia (cfr. Poll. IX 1), ma – almeno nella forma di cui abbiamo notizia – non era un’opera autentica del filosofo di Lentini; repertori del genere dovettero in seguito essere approntati dagli Stoici, e da una parte costituivano la base della speculazione etimologica, dell’altra avevano intenti enciclopedici, miravano contenere tutto lo scibile (vanno ricordati quello di Elio Stilone Praeconino [II sec. a.C.] e uno che costituì la fonte dell’Etimologico di Giovanni Mauropo [XI sec. d-C.]).

Nell’epoca della grande filologia alessandrina, la struttura onomastica era sicuramente ancora la più diffusa: si può anzi dire chiedi quella alfabetica ci siano solo i primi timidi tentativi. Il più antico testo ‘lessicografico’ a noi pervenuto […] si trova in P. Hibeh 172 (270-230 a.C.), ed è costituito da un onomastico poetico, in cui si ha una serie di aggettivi composti, divisi in gruppi contraddistinti dall’identità di una delle due componenti (ad es. melampe/talo», mela/mfulloi, melagkrh/pide», melamfaph/»), senza spiegazioni.  Con ogni probabilità, la maggior parte dei lessici alessandrini aveva una struttura di tipo onomastico non perché allineasse sinonimi, ma perché dava vita a elenchi che funzionavano secondo campi semantici […]. Molti furono gli strumenti redatti con struttura onomastica fino alla prima epoca imperiale, ma di essi abbiamo, per lo più, solo il nome sparuti frammenti. La struttura della monumentale raccolta di Panfilo (I sec. d.C.), invece, è stata a lungo oggetto di discussione: la Suda (p 142 A) infatti ne testimonia l’ordine alfabetico, ma ciò è in chiaro contrasto con tutta una serie di altri indizi. Si è tentato a più riprese di giungere a un compromesso, postulando una combinazione di struttura onomastica e lessicografica, un insieme di glosse miste a una rassegna di nomi, suddivisi per campi semantici, ma, all’interno di tale sezioni, disposti in ordine alfabetico. Questione rimane tuttora aperta.[4]

Nello spazio e nel tempo in cui si è consumato prima il passaggio dalla tradizione mnemonica (orale), che costituiva una pratica abituale nelle scuole di retorica, a quella onomastica, scritta ma presumibilmente, almeno fino a una certa fase, affine all’oralità nella pratica di richiamo sic et sempliciter delle forme meritevoli di interesse e commento – attività animata da intenti ora filologici, ora logico-linguistici –, e, dopo ancora, ma con ovvi margini di sovrapposizione, a quella lessicografica in senso stretto,[5] deve essersi venuta a verificare una riorganizzazione profonda del materiale linguistico: ispirata a una esigenza di tassonomia resasi sempre più necessaria per via dello scivolamento del “vero” latino a L2 (o addirittura LS) per le nuove generazioni di parlanti, questa riorganizzazione, che nel passaggio dalla glossa al lemma in senso stretto trova il proprio tratto distintivo per eccellenza, può aver sacrificato proprio la variabilità della forma di richiamo, mero innesco dell’interpretamentum nel caso dell’onomasticon, e aver trovato nella fissità, tanto della forma di richiamo tanto della struttura data al contenuto definitorio, una risposta all’esigenza sempre più pressante di razionalizzazione e sistematizzazione.

Questo mutamento di approccio alla riflessione sulla lingua, che, è bene tornare a ribadirlo, deve di necessità aver richiesto moltissimo tempo ed essere avvenuto a velocità diverse per le diverse zone della Romania, ragion per cui appare inscindibile dalla figura dei grammatici, esercito di decisori e insieme esecutori la cui importanza ben si coglie guardando all’essenza (etimologica) di ciò che è comunemente detto classico.

Guardiani, sì, della lingua, ma con poteri che vanno ben al di là di quanto i succedanei moderni di quella professione possono lasciare minimamente intuire, i grammatici, con le loro scelte dei materiali sui quali fondare l’attività di insegnamento della lingua latina a un mondo sempre più protoromanzo o grecofono, determinando le forme delle compilazioni grammaticali e degli strumenti di raccolta e spiegazione del lessico da impiegare a supporto all’esegesi dei testi, potrebbero aver cambiato per sempre (o almeno fino ai nostri giorni) il modo di percepire il genere, complice una lingua in cui la categoria di genere viene a coincidere, nella percezione di chi la parla, con quella del genere biologico.

Per capire quanto l’influenza del grammatico possa essersi estesa, basterà ricordare che nel mondo tardo antico la grammatica (a differenza di quanto accaduto in precedenza: «Lo Stato sociale dei grammatici subì cospicui mutamenti nel tempo: è interessante leggere in questa ottica le iscrizioni funerarie che ti riguardano o le opere che si occupano specificamente di loro, come la Commemoratio professorum Burdigalensium (Commemorazione dei professori della scuola di Bordeaux) di Ausonio, della fine del secolo IV»[6]) non viene sostanzialmente toccata dai profondi mutamenti sociali, politici e religiosi che hanno avuto luogo, verosimilmente per effetto della funzione e del ruolo sociale assunto delle scuole, garanti di continuità tanto sociale che culturale. Primo ambiente esterno alla famiglia frequentato dai giovani bambini romani, la scuola doveva garantire loro essenzialmente tre cose: la padronanza della lingua, la capacità di maneggiare un numero ristretto di testi e quella di acquisire competenza nella produzione di testi scritti e agìti.

Ultimo baluardo della latinitas in uno spazio geograficamente e politicamente instabile, l’apparato scolastico, e al cuore di esso i testi, veniva perciò a sommare progressivamente il ruolo di custode e traghettatore dell’eredità e di manutentore delle condizioni minime per sentirsi parte di essa. In entrambi i casi, per entrambi gli scopi, il lavoro sulla lingua risultava essenziale. Una conditio sine qua non dalla quale sarebbe scaturita la scrematura di molto, la canonizzazione e la classi(ci)zzazione di quanto sentito funzionale al progetto, l’occasionale salvataggio di frustoli di testi che diversamente sarebbero stati destinati a un imperituro oblio, la produzione di una manualistica e di testi di apparato sempre più necessari per l’accesso ai contenuti dei testi stessi. Scritti in una lingua che solo in apparenza coincideva con quella dei testi alla cui comprensione erano destinati, i prodotti dell’attività dei grammatici, uomini in carne ed ossa, nel tardo antico spesso funzionari imperiali, vescovi, o persino senatori o consoli, hanno lasciato nei loro scritti tracce della loro epoca e delle riflessioni che l’avevano segnata. Riflessioni che, nel caso della lingua da salvare, rendevano urgente l’individuazione e standardizzazione di un metodo di insegnamento e dei supporti per impartirlo.

Sulla scorta di tanta urgenza, con il sistema casuale sulla via del collasso e da tempo in ristrutturazione, si può perciò ipotizzare che avere una forma di riferimento per le parti del discorso possa aver costituito un vantaggio tanto in termini mnemotecnici tanto di rinforzo dell’apprendimento del genus e delle proprietates del vocabolo, tanto cari agli oratori già dai secoli precedenti (si confrontino, a tal proposito, Top. 7, 31, in merito al fatto che genus: notio ad plures differentias pertinens e Gell. N. A. IV, 1 sul fatto che la differenziazione del genus rende possibile la definitio dell’espressione, cui si perviene attraverso lo studio delle proprietates di ogni vocabolo, come ribadito più tardi in Mart. Cap. IV, 346, 348; V, 478-479).

In linea con processi di natura tassonomica, la fissazione della forma di richiamo ha finito col sancire la non marcatezza del “chiamare” per eccellenza, ovvero del nominativo, nel caso dei nomi[7]; in chiave pragmatica si può invece spiegare, nel caso dei verbi, la prevalenza della prima persona singolare dell’indicativo sull’infinito, come è prassi nell’italiano dell’uso contemporaneo.

Quanto al richiamo dell’aggettivo, chi scrive ritiene che proprio qui vada individuato il presupposto per la successiva inclusione di un genere nell’altro: nel caso del richiamo dell’aggettivo, infatti, al ricorso, prevedibile in base a un ragionamento analogico, al nominativo, si andavano a sommare ulteriori due esigenze in parte tra loro in conflitto. La prima funzionale a migliorare l’uso dell’accordo, dalla quale sarebbe scaturita la necessità di citare tutti e tre i generi grammaticali, la seconda di natura economica, in linea con le prassi scrittorie, funzionale a ridurre al minimo il consumo di spazio della superficie scrittoria e il lavoro di scrittura. Cruciale, tra questi due elementi, la fissazione di un ordine maschile-femminile-neutro che nei secoli a venire, irrobustita anche dalla consacrazione dell’ordine alfabetico, avrebbe reso naturale l’implicita citazione di femminile e neutro e poi solo di femminile per mezzo del maschile capofila.

Assente nelle compilazioni onomastiche, dove l’aggettivo si poteva trovare richiamato nella forma che più era sentita come consona al nome cui andava riferito o, in altri casi, al neutro, la fissità risultante da questa logica procedurale potrebbe aver provocato conseguenze logico-concettuali che dal piano metalinguistico e linguistico potrebbero poi essersi estese al piano non linguistico. E di qui a quello cognitivo, parallelamente a quanto capitato, sul versante lessicale, per homo,[8] retrocesso già nel II sec. d.C. dalla funzione originaria di iperonimo della coppia mas (vir) – femina (mulier) a possibile ulteriore variante della serie maschile, in assenza, però, di una sistematicità che avrebbe consentito di evitare le ambiguità semantiche (uomo-maschio o uomo-esemplare di Sapiens sapiens?) ieri come ora risolvibili solo sul piano pragmatico.

La fase di individuazione e progressiva fissazione dei criteri alla base della struttura lessicografica (alfabetica) andrebbe perciò indagata, proprio perché data per scontata e innocua, giacché avente a che fare con la “sola” lingua, ripartendo da uno spoglio esaustivo, a ritroso (in particolare di quelli antecedenti al periodo imperiale), dei testi grammaticali e delle più tarde compilazioni lessicografiche, fino a individuare indizi significativi di quel processo di imbrigliamento della lingua che da prodotto dell’ars avrebbe finito per assurgere a spia di un qualcosa di naturale perché nelle cose.

[1] Mario Geymonat, I critici, in Lo spazio letterario di Roma antica, III, Roma, Salerno editrice, 1990, p. 134.

[2] Da tener presente le diverse cronologie del rapporto tra grammatica e retorica: se sul versante dell’istituzione la disciplina della retorica precede quella della grammatica, nella pratica paideutica accade il contrario, essendo lo studio della retorica proposto solo dopo il compimento di quello grammaticale.

[3] Cfr. su questo aspetto Calboli 2003, che, sullo sviluppo della grammatica in Grecia e a Roma rinvia ai lavori di Montanari e Lomanto (in Francesco Della Corte (a cura di), Dizionario degli scrittori greci e latini, Milano, Marzorati, 1987) e a quelli di Gian Franco Gianotti in Lo spazio letterario di Roma antica, Roma, Salerno editore, 1989.

[4] Renzo Tosi, Polluce: struttura onomastica e tradizione lessicografica, in Cinzia Bearzot-Franca Landucci-Giuseppe Zecchini (a cura di), L’Onomasticon di Giulio Polluce. Tra lessicografia e antiquaria, Milano, V&P, 2007, pp. 3-5.

[5] Nel II sec. d.C., per esempio: «La dicotomia tra lessicografia alfabetica e onomastica assume un particolare significato […], in stretta relazione con la polemica tra Frinico e Polluce, perché la prima costituiva la struttura più idonea per strumenti improntati uno stretto rigorismo atticista, mentre la seconda appariva in sé legata a un approccio descrittivo dei fenomeni non precipuamente impositivo» Renzo Tosi, Polluce: struttura onomastica e tradizione lessicografica, in Cinzia Bearzot-Franca Landucci-Giuseppe Zecchini (a cura di), L’Onomasticon di Giulio Polluce. Tra lessicografia e antiquaria, Milano, V&P, 2007, p. 6.

[6] Mario Geymonat, I critici, in Lo spazio letterario di Roma antica, III, Roma, Salerno editrice, 1990, p. 12.

[7] Anche laddove la lemmatizzazione inizia a farsi strada, la normalità della forma di richiamo è costituita dall’accusativo, sottintendente un verbum dicendi.

[8] La natura sovra-genere è testimoniata dall’antichità di nemo e del radicale human-, non foriera di alcuna ambiguità semantica.

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