GRAMMATICA E SESSISMO

SEMINARIO-LABORATORIO PERMANENTE DI STUDIO DEL GENERE E DELLE SUE IMPLICAZIONI

Vecchi omicidi (di donne), nuovi femminicidi. Nomina sunt consequentia rerum?

di Francesca Dragotto

1. La necessità di un altro tassello. Ancora su grammatica e sessismo.
Perché un nuovo volume di Grammatica e sessismo a distanza di quasi tre anni dal primo?, si potrebbe domandare il lettore che si sia trovato per le mani il primo volume di questa serie o che, ignaro dell’esistenza di un seminario di studi con questo titolo, giunto ad annoverare un totale di tre edizioni1 a partire da quella di aprile 2012 (quella i cui materiali sono stati ospitati, per l’appunto, in Grammatica e sessismo), sia stato attratto dalla presenza del numerale in copertina di questo volume.
Per dare risposta a entrambe queste possibili domande, oltre che per fornire uno spunto introduttivo ai tanti contributi presenti in questa raccolta di saggi, si dirà che è per via della tante suggestioni e dei commenti che hanno fatto seguito, spesso per mesi e rilanciati attraverso la rete, alla pubblicazione del primo atto di questa iniziativa destinata a durare e a ripetersi nel tempo.
Il tempo sembra, infatti, non risolvere ma, anzi, rendere necessaria la formazione di una visione più complessa del sessismo, fenomeno connesso insieme con il micro e con il macrosociale, intesi nel senso più letterale del termine e meno in quello definito nell’ambito di paradigmi di ricerca squisitamente sociologici.
Per chiarire che si intende citerò la distinzione che dei due orientamenti dà Paolo De Nardis per la voce “Macro- e microsociologia” dell’Enciclopedia Treccani.it

La distinzione tra micro e macro nelle scienze sociali, e con particolare riferimento alla sociologia, pur non smentendo il significato dei due prefissi, tende a cogliere aspetti diversi e più specifici. In alcuni casi, come è ovvio, micro e macro designano, per trasposizione figurata, rispettivamente qualcosa di “piccolo” e qualcosa di “grande”; in altri casi, però, tale nesso si perde e i due prefissi arrivano a incarnare la distinzione tra orientamenti concettuali, teoretici, financo epistemologici che conservano un’ispirazione molto debole e lontana alla coppia “piccolo-grande”. […]

Micro e macro come prospettive analitiche
La trattazione dovrebbe risultare più agevole muovendo da una considerazione comparativa delle diverse discipline sociali, se non altro per far chiarezza su quelle di esse in cui la distinzione tra micro e macro appare meno cristallina.
Nella teoria economica, micro e macro si riferiscono a due prospettive che si specificano e si distinguono l’una dall’altra per l’unità d’analisi adottata: da un lato, lo studio del comportamento delle famiglie e delle imprese quali soggetti “ultimi” di decisione economica; dall’altro, lo studio delle grandezze “aggregate”, ossia delle variabili che scontano l’insieme delle suddette decisioni in riferimento a un certo ambito territoriale-amministrativo (reddito nazionale, consumi e investimenti ecc.). Prima di commentare tale distinzione, si consideri che qualcosa di analogo appare reperibile anche nell’ambito dell’analisi demografica ove, per es., il micro designa l’osservazione della condotta della coppia per quanto riguarda i suoi orientamenti procreativi, mentre il macro guarda alle variabili che incidono complessivamente sulla fertilità in termini di quadro sociale di riferimento e in termini di condizioni esterne delle decisioni della coppia (livello di divorzialità, età media al matrimonio, andamento del
differenziale di età dei coniugi, parametri di mortalità, impegno professionale-lavorativo della coppia).
[…] In sintesi, si può rilevare come in sociologia e in altre scienze sociali a essa limitrofe la distinzione tra micro e macro si assesti intorno all’ammissibilità dei concetti di aggregato, ove il diverso accento che le due prospettive vengono a porre sul “punto di vista dell’attore sociale” dipende dall’evidente impossibilità di quest’ultimo di muoversi e di tener conto della dimensione aggregativa stessa […]. Su queste stesse basi si parla, nell’analisi sociologica contemporanea, di un attore ‘intenzionale’ ma ‘limitato’ in quanto a ‘razionalità’; un attore che, in altri termini, non può vedere, contestualmente al suo stesso agire, tutto ciò che sta intorno a lui […]. Più ci si avvicina, in questo senso specifico, a teorie “macroscopiche”, più ci si allontana da quel suo “punto di vista”, sicché l’ottica che guarda alle dimensioni “grandi” non può che essere l’ottica dell’osservatore-interprete.

Si cercherà pertanto, nei contributi che andranno ad alimentare qui e in futuro questo dibattito, di tener conto tanto della “limitatezza” propria dell’attore che con il suo agire quotidiano contribuisce a definire la morfologia delle questioni di genere, e di cosa essa comporti, tanto dell’ampiezza prospettica propria dell’osservatore – di volta in volta legislatore, giurista, sociologo, linguista, demografo, antropologo, etc. –, che paga pegno, con la spersonalizzazione del fenomeno e degli attori in esso coinvolti, alla volontà di ritrarlo e modellizzarlo.
La riduzione a modello è d’altra parte imprescindibile, se si vuole tentare di comprendere le ragioni per le quali fenomeni connessi con questioni di genere quali, uno tra tutti, l’uccisione di donne da parte di uomini con cui hanno intrattenuto rapporti affettivi spesso anche istituzionalizzati, sembrano essere esplosi solo da pochi anni con un fragore tale da far, erroneamente, pensare che prima di allora gli omicidi di donne si riducessero a numeri spiccioli, a fisiologica presenza.

Quanto ai modelli, occorre però fare attenzione a tenere ben distinti quelli proposti dagli attori che operano nelle già citate prospettive macrosociologiche da quelli più o meno disinvoltamente proposti da chi opera nel circuito mediatico: pur richiamandosi ai primi e pur facendolo con dovizia di citazione in taluni casi, gli operatori della comunicazione – per ragioni che non è questa la sede per trattare ma che in parte si intuiscono se si ha anche solo sufficiente dimestichezza con le pratiche attuate per intercettare i flussi di interesse del pubblico lettore o ascoltatore – finiscono per praticare delle riduzioni che non solo falsano la realtà, ma che risultano dannose per via della rappresentazione che della realtà forniscono. Rappresentazioni
a loro volta destinate a essere assimilate nelle singole rappresentazioni della realtà che si va a modellare nella mente di ciascun individuo che se ne cibi.
Dati forniti dall’analisi del discorso alla mano, il bell’articolo – non il solo della sociologa – di Elisa Giomi per il Mulino 6/2010, programmaticamente intitolato “Neppure con un fiore? La violenza sulle donne nei media italiani”, spazza via ogni illusione sulla bontà di queste che, più che rappresentazioni, si profilano come meta-rappresentazioni, frutto di “traduzione” dell’accaduto in linguaggi che si comprendono a pieno se restituiti alle matrici cognitive e ideologiche nel cui utero quelle rappresentazioni si sono installate.
Vorremmo partire proprio da questa divaricazione tra il “mostro” televisivo e l’uomo reale che uccide le donne, con l’obiettivo di individuare i fattori che lo producono. I risultati sono abbastanza sorprendenti: nei telegiornali, l’assassino-tipo è un immigrato e la vittima una donna italiana; nella realtà, su 162 omicidi, risolti, di donne avvenuti nel 2006, in solo due casi l’autore è uno straniero e la vittima un’italiana che l’assassino non conosceva.
Nei telegiornali, la vittima è giovane e carina, nella realtà il caso più comune è che donne anziane siano uccise dal marito. Nei telegiornali, il pericolo sta nella città multietnica, nella realtà la stragrande maggioranza dei delitti è compiuta in famiglia, e spesso in provincia.

«Violenza sulle donne: ecco le cifre agghiaccianti», titola infatti uno speciale curato dalla redazione di Ansa.it del 2 gennaio 2015

[…] Il 2013 è stato un anno nero per i femminicidi, con 179 donne uccise, in pratica una vittima ogni due giorni.
Rispetto alle 157 del 2012, le donne ammazzate sono aumentate del 14%. A rilevarlo è l’Eures nel secondo rapporto sul femminicidio in Italia, che elenca le statistiche degli omicidi volontari in cui le vittime sono donne.
Aumentano quelli in ambito familiare, +16,2%, passando da 105 a 122, così come pure nei contesti di prossimità, rapporti di vicinato, amicizia o lavoro, da 14 a 22. Rientrano nel computo anche le donne uccise dalla criminalità, 28 lo scorso anno: in particolare si tratta di omicidi a seguito di rapina, dei quali sono vittima soprattutto donne anziane.
Anche nel 2013, in 7 casi su 10 (68,2%, pari a 122 in valori assoluti) i femminicidi si sono consumati all’interno del contesto familiare o affettivo, in linea con il dato relativo al periodo 2000-2013 (70,5%). Con questi numeri, il 2013 ha la più elevata percentuale di donne tra le vittime di omicidio mai registrata in Italia, pari al 35,7% dei morti ammazzati (179 sui 502), “consolidando – sottolinea il dossier – un processo di femminilizzazione nella vittimologia dell’omicidio particolarmente accelerato negli ultimi 25 anni, considerando che le donne rappresentavano nel 1990 appena l’11,1% delle vittime totali”.

nel quale però femminicidio è trattato da sinonimo di omicidio di donna, finendo per danneggiare l’operazione che, attraverso il neologismo, ha inteso contribuire alla costruzione di un referente nuovo, animato proprio dalla volontà di tenere distinti i due tipi di uccisione, come si vedrà più avanti.
A questo stesso proposito già due anni fa Fabrizio Tonello, docente di Scienza politica presso l’Università di Padova e autore del blog de IlFattoQuotidiano.it, traendo spunto dai dati relativi alle violenze sulle donne che hanno fatto da supporto a un articolo di Repubblica del 5 maggio 2013, segnalava con fermezza, e non lasciando spazio a interpretazioni alternative, la non procrastinabilità di una revisione dei dati:

Femminicidio, i numeri sono tutti sbagliati
Si mescolano disinvoltamente aggressioni e omicidi, stupri e molestie, molestie psicologiche e sfregi con l’acido. […]
I migliori dati disponibili sono ovviamente quelli dell’Istat, che ha i mezzi e la cultura per dare un senso alle cifre e la serie che l’istituto fornisce è inequivocabile: la violenza che sfocia in omicidio da vent’anni è in calo. Nel 1992 c’erano stati in Italia 1.275 omicidi, nel 2010 (ultimo anno disponibile) appena 466, cioè poco più di un terzo. La diminuzione riguarda principalmente gli uomini ma anche le donne: se c’erano state 186 vittime nel 1992, nel 2010 ce ne sono state 131, con un calo del 29,57%.
Ora, potrebbe essere che all’interno di una diminuzione generale degli omicidi, la particolare categoria delle donne uccise da un partner, o da un ex partner, sia in aumento. Questo è possibile ma non abbiamo dati per affermarlo perché occorrerebbe chiarire il rapporto assassino-vittima per tutti i casi censiti. A mia conoscenza questo lavoro non viene fatto dalle fonti ufficiali e l’unica ricerca accademica che ha utilizzato questo approccio è stata fatta da Elisa Giomi dell’Università di Siena e da me, studiando a fondo i dati del 2006. La ricerca è stata accettata da una rivista internazionale di sociologia e comparirà tra qualche settimana. Quello che possiamo anticipare qui è che, nel 2006, furono risolti i casi di 162 omicidi di donne e che, tra questi, 100 erano casi in cui il colpevole era un marito, un fidanzato o un ex.

Ancora più esplicito e icastico, l’articolo di Giomi e Tonello, programmaticamente intitolato “Women and Crime in 365 Days of Italian Evening News”, definisce la morfologia delle notizie per mezzo delle quali il giornalismo mainstream genera nei fruitori del testo la sensazione della sussistenza di una minaccia collettiva perpetrata dall’“altro”, il maschio straniero meglio se immigrato (termine la cui matrice semantica ha a sua volta subito una riscrittura, a livello sociale, consistente in un ampliamento in senso peggiorativo innescato dalla ricorrenza di usi pragmaticamente marcati in senso ideologico).
Gli esempi, d’altra parte, potrebbero moltiplicarsi senza però aggiungere nulla di rilevante a un quadro già sufficientemente chiaro nel suo insieme ma dalle ricadute forse non ancora misurate in termini di economia della conoscenza, bene non omogeneo per natura e modalità di apprendimento che, a giudizio degli specialisti, riunisce quattro tipi diversi di conoscenza. Due, know why e know who, le forme di conoscenza le cui implicazioni appaiono particolarmente vicine, più che mai nell’era della Rete, a questo ambito di discussione:

– know why (sapere perché): riguarda i principi e le leggi che governano la natura, la mente umana e la società
– know who (sapere chi): permette di individuare le persone che sanno fare talune cose e che sanno trovare soluzione a problemi inediti e complessi. Richiede di avere abilità relazionale, di cooperazione, di comunicazione con soggetti diversi e con esperti di varie aree. Questo elemento della conoscenza permette di costruire reti e alimenta la formazione di capitale sociale, in una prospettiva di larga e intensa interattività.

Sommatoria di domini di riferimento propri di attori provvisti di interessi spesso non conciliabili con quelli degli altri attori, nella quale convergono anche quelli propri di decisori politici e di grandi attori sociali, la conoscenza, che si costruisce anche o forse soprattutto attraverso l’interazione sociale, per effetto della comunicazione che se ne fa finisce, infatti, per far coincidere la realtà comunicata con la realtà toutcourt nelle rappresentazioni dei suoi utenti.

Ragion per cui, se il cronista non è onesto…

L’uso sciatto e militante delle parole da parte dei giornalisti snatura il linguaggio e distorce la realtà, spacciando luoghi comuni e opinioni personali per verità universali (Bellino 2012:215).

«Ciò accade perché il cronista lega l’asino dove vuole il padrone e perché, spesso, è un disonesto», scriveva Giovannino Guareschi nel ‘59, ossia «(Un giornalista disonesto) è un uomo che non ha rispetto né per se stesso né per il lettore» (Enzo Biagi).

2. Vecchi omicidi (di donne), nuovi femminicidi. Nomina sunt consequentia rerum?

Circa tre anni fa, interpellata da un giurista dotato di spiccata sensibilità per i fatti di lingua e particolarmente attento a cogliere le ricadute pragmatiche di quanto connesso con la sostanza semantica di neologismi in via di insediamento nel repertorio linguistico italiano, ebbi modo di instaurare un carteggio piuttosto lungo e articolato su femminicidio, che in quei mesi si apprestava a emergere dalle seconde linee del repertorio linguistico, cui era fino a quel punto rimasto confinato, per muovere alla conquista dello spazio mediato e mediatizzato. Quello spazio dal quale, una volta occupato, non avrebbe più decampato.
Se anzi un decampamento è avvenuto, si è trattato di quello di femminicidio e a farne le spese sono stati i termini della famiglia lessicale cui, nel corso di quella corrispondenza, io e il mio interlocutore continuavamo a fare riferimento.

Come avvenuto in tutte le sedi nelle quali, in quello stesso periodo o subito dopo, professionisti, esperti o anche solo parlanti attenti della nostra lingua si sono interrogati intorno al nostro medesimo oggetto, anche Gianluigi e io ripercorrevamo in lungo (nel senso del tempo) e in largo (nel senso della stratificazione sociale) il diasistema italiano animati dal desiderio di prendere una posizione consapevole sulla reale necessità di femminicidio e sulla sua fattura linguistica.
Non ritengo un caso che a dare il là a questo confronto sia stato un giurista, esemplare di una categoria che contende a quella dei linguisti il primato di professionisti della parola o, se più piace e senza intento di scherno, di parolai per professione. Avvezzo a maneggiare sostanza linguistica, il giurista è infatti avvezzo e ha facoltà di cambiare il mondo grazie alla forza e alla estensione delle parole con cui sentenzia, probabilmente incarnando, nei suoi atti, il massimo grado della perlocuzione cui si possa giungere mediante l’uso del linguaggio verbale. Quando dotato dell’acume e della profondità di Gianluigi, il giurista va a completare il linguista, costretto a confrontarsi proprio con quelle implicazioni che stanno oltre la lingua (glosso in tal modo il poco trasparente referente extralinguistico) ma che agli occhi del parlante precedono probabilmente la lingua stessa. Più spiccio del linguista e di sicuro del giurista, il parlante che intercetta un elemento nuovo nella lingua lo digerisce, infatti, senza assimilarlo nel caso in cui sia conforme a quanto ci si aspetta sul piano morfosintattico, rimandando, eventualmente, ad un secondo momento la valutazione sul suo contenuto, inizialmente desunto per sottrazione dal significato globale dell’enunciato che lo conteneva.
Sarà solo nella fase successiva, quella dell’assimilazione, che probabilmente giungerà a prendere in considerazione – e non necessariamente in maniera consapevole – la questione del rapporto tra nuovo e noto, tra ciò che già sapeva esprimere con la porzione di lingua a propria disposizione e le potenzialità messe invece a disposizione del nuovo pezzo, incasellato in corrispondenza di pezzi già posseduti simili per forma, per significato più o meno presunto e per contesti d’uso.
Sulla scorta di considerazioni del genere iniziai una ricerca non sempre sistematica di fonti e attestazioni, che mi condussero a tratteggiare per femminicidio un ritratto in gran parte sovrapponibile ma meno dettagliato di quelli che, poco più tardi, avrei trovato presso sedi prestigiose, cui rimando evitando al lettore il tedio di un duplicato. Mi riferisco in special modo a “Femminicidio: i perché di una parola”, la disamina condotta, a due riprese, sul sito della Crusca, da Matilde Paoli, della Redazione Consulenza Linguistica, e da Rosario Coluccia, linguista.

La risposta al quesito si apre con l’introduzione delle varianti del termine, con una sua definizione e con una panoramica sull’anno di attestazione del termine nei principali dizionari

Recentemente si parla molto di femminicidio (o anche femicidio efemmicidio e del valore delle varianti vedremo dopo) intendendo non solo ‘l’uccisione di una donna o di una ragazza’, ma anche ‘qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte’. Abbiamo riportato la definizione di femminicidio in Devoto-Oli 2009, ma il termine è attestato anche in Zingarelli a partire dal 2010 e nel Vocabolario Treccani online, mentre GRADIT 2007 ha femicidio registrato anche nei Neologismi Treccani 2012 come femmicidio o femicidio.

Subito dopo il riferimento alla sensibilità metalinguistica della comunità parlante:

Ci sono state e ancora ci sono resistenze all’introduzione del termine, quasi fosse immotivato o semplicemente costituisse un voler forzatamente distinguere tra delitto e delitto semplicemente in base al sesso della vittima; quasi fosse neologismo frutto di una delle tante mode linguistiche più che del bisogno di nominare un nuovo concetto. In effetti ciò che viene oggi indicato da questa parola è anche storia antica, anche per il nostro paese, come nota Silvia Leonzi in A casa con il nemico pubblicato nel numero di Marzo 2013 della rivista Il Carabiniere: “di omicidi femminili commessi da uomini la nostra storia è tristemente piena […] e allora, perché solo adesso si sente l’esigenza di trovare un nome specifico per questa realtà? Che cos’hanno di diverso queste morti? Cos’è cambiato nella nostra percezione di un fenomeno tanto oscuro quanto atavico?”.

Per rispondere a questa domanda, Matilde Paoli ripercorre, a ritroso, la storia della diffusione del termine, liberandolo da quelle incrostazioni che a più riprese ne hanno fatto un doppione di altri termini già in uso, ponendo le basi per una sua piena integrazione nel diasistema italiano.

A stimolare le due risposte, una domanda pressoché identica a quella posta a me nei mesi prima, anche nelle argomentazioni, talmente simile da farmi sospettare che fosse stato lo stesso Gianluigi a porla.
C’è necessità di una parola nuova per indicare qualcosa che accade da sempre? Che senso ha sottolineare il sesso di una vittima? Non è offensivo per le donne parlare di loro usando la parola femmina, che pare “più propria dell’animale”? Perché non usare donnicidio, muliericidio, ginocidio o ciò che già abbiamo, uxoricidio?
Legittimando femminicidio non provocheremo una proliferazione arbitraria di parole in -cidio? (Accademiadellacrusca.it s.v. “Femminicidio: i perché di una parola”).
Varie le implicazioni del quesito, connesso allo stesso tempo con l’estensione semantica di femmina, con il paradigma dei nomi di azione in -cidio (suicidio, omicidio o micidio, fratricidio, sororicidio, matricidio, parricidio o patricidio, muliericidio, uxoricidio o ussoricidio, coniugicidio, infanticidio, feticidio, regicidio, tirannicidio, deicidio, etnocidio, genicidio o genocidio, liberticidio, culturicidio, ecocidio) e con il timore degli effetti di una deriva neologica implicitamente addebitata alla comunicazione, in primis a quella giornalistica.

Sorpresa dall’aderenza tra i quesiti, sintomatica di un modo di accostarsi al nuovo critico ancorché forse eccessivamente severo, recuperai alcuni dei passi in cui il mio interlocutore provava a rendere tangibile il nonsense a suo dire attribuibile alla neo-formazione, a ben vedere poi non così nuova come poteva apparire e come ancora sarebbe suonata per qualche tempo alle orecchie e alla coscienza linguistica della massa parlante italiana, fattore sul quale si avrà modo di tornare più avanti. Questi i passaggi salienti:

Atteso che da tutte le definizioni del termine femmina emerge prevalentemente il significato di individuo appartenente al genere sessuale opposto a quello maschile, ovvero emerge l’istanza biologico-naturale e non socialeculturale, mi chiedo se il neologismo femminicidio non sia in sé autocontraddittorio.
Femminicido è la forma contratta di omicidio di femmina, però in quanto tale non può essere tecnicamente un omicidio, casomai sarebbe un’“uccisione”.
L’omicidio si riferisce infatti alla soppressione di un uomo o di una donna e non di un individuo appartenente al genere maschile o femminile, altrimenti sarebbe considerato omicidio – e quindi contemplata nel codice penale – anche l’uccisione di un animale (di sesso femminile in questo caso).
[…] affinché si realizzi il reato di omicidio, una è infatti la condizione necessaria e sufficiente prevista dal nostro codice penale: chi lo compie, così come chi lo subisce, deve necessariamente essere una persona, ovvero un essere umano. Vivo, aggiunge il codice con una punta di involontario umorismo che in realtà trae origine da situazioni che attengono alla bioetica e al concetto di vita, interessanti ma che qua non ci riguardano.
Dal punto di vista linguistico, dunque, tanto per fare un esempio un po’ macabro, sarebbe (è) logicamente impossibile compiere un omicidio su un cane o su una pecora, o su una balena.
Un cane, pecora o balena o qualsiasi altro animale può però certamente essere privato della vita, ma in tali casi si parla di uccisione (non di omicidio). Tale uccisione è in alcuni casi sanzionata dal codice penale, assume cioè rilevanza di reato; in altri casi invece no, in ragione di una serie infinita di distinguo e di situazioni che si richiamano al “ruolo” e alla “funzione” rivestita dagli animali nella società degli uomini e, talvolta, alle modalità della loro uccisione. Mai però, in nessun caso, o circostanza o contesto, si può tecnicamente parlare, per un animale non umano, di omicidio. Tutte queste norme costituiscono un ginepraio giuridico quasi inaccessibile, che non è neanche il caso di accennare qui (a puro titolo di curiosità: se il macellaio uccide un coniglio allo scopo di venderne le carni non è punibile, ma se qualcuno uccide quello stesso coniglio che era stato allevato in casa come animale da compagnia, allora è punibile, a causa della distinzione umana tra “animali d’affezione” e “altri animali”).

Alcuni animali hanno avuto in sorte la fortuna giuridica di non essere contemporaneamente compresi nella classe generica degli “animali” e in quella degli “animali d’affezione” ma solo in questa seconda (cani e gatti in primis) e, dunque, la loro uccisione è sempre (salvo casi eccezionali) punita dal codice, poiché il loro “uso” da parte dell’uomo è rivolto esclusivamente alla “compagnia” ovvero all’”affezione” (anche qui semplifico facendo torto alle molteplici situazioni contemplate dalla legge). La distinzione comunque è, evidentemente, di tipo culturale: basti pensare al fatto che in India, per esempio, le mucche, che noi mangiamo, sono considerate sacre, o che in Cina cani e serpenti vengono serviti al ristorante.
Tutta questa premessa per dire che il “femminicidio”, che alcuni erroneamente credono addirittura essere contemplato in quanto tale (ovvero con questa denominazione) nel nostro codice penale, non può essere considerato un omicidio tout-court pur essendo un caso di soppressione della vita, poiché da quanto sopra detto, si evince che un omicidio (nella logica del linguaggio) non può mai essere “di femmine” perché il termine femmina, comprende ma non denota necessariamente una persona umana, (casomai si dovrebbe dire “donnicidio”).
Entrambi i termini sono comunque ridondanti, per le ragioni che accennerò alla fine, ma, dal punto di vista linguistico, donnicidio avrebbe una sua logica, femminicidio no.
[…] ritengo perciò che femminicidio sia l’inutile doppione giornalistico di alcune fattispecie già previste dal nostro codice, laddove le condanne per i casi di omicidio o di violenza vengono sempre gravate da importanti circostanze aggravanti se la vittima al momento dell’aggressione si trovava in condizioni di debolezza rispetto all’aggressore, tali da non potersi adeguatamente difendere. È il caso di ogni omicidio di donne da parte di uomini, ma il nostro codice, che è una delle più alte forme di civiltà giuridica del mondo occidentale, specialmente in termini di garanzia, non fa distinzione per la razza, né per il genere o per le inclinazioni sessuali o le ideologie politiche di chi commette o di chi subisce un reato: le aggravanti sono, infatti, a carico della parte forte in sé, ma non in quanto essa uomo o donna o altro. Va da sé allora che l’omicidio della propria partner si inquadra a pieno titolo nei casi per cui sono previste sempre le aggravanti, proprio a causa dell’impossibilità della vittima di prevedere l’azione criminosa e quindi di potersi adeguatamente difendere, in ragione del presunto rapporto fiduciario (tradito)
esistente tra sé stessa e il suo assassino. […] anche in questo caso le cose sono molto più complicate di così, e riempiono pagine e pagine del codice penale.
Mi interessa qui unicamente far emergere la circostanza che il nostro codice penale è un meccanismo perfetto in cui tutto è già contemplato.
Perché allora specialmente nella seconda metà del 2012 il termine femminicidio si è insinuato nel circuito mediatico finendo per sostituire, spesso, nel linguaggio giornalistico il termine omicidio che pur comprende l’omicidio di donne? Quali istanze più o meno esplicite porta con sé?
Non è una questione di lana caprina, almeno non lo è dal mio punto di vista: penso che l’introduzione di un neologismo non sia sempre un’operazione neutrale, che a volte porti con sé istanze di tipo sociale più o meno esplicite.
Secondo me la diffusione di questo termine nasconde un imbroglio. Quale?

Ricco di implicazioni e sfaccettature, il ragionamento del mio interlocutore non solo appariva pienamente coerente con la questione del genere, ma era imperniato su una questione che, nello specifico, appariva legata a doppio nodo con un fatto di semantica: l’estensione semantica di femmina, per definire la quale occorre risalire, lungo l’asse del tempo, all’antecedente latino femina, che i testi e tutti gli apparati a loro commento riferiscono essere polarizzato rispetto al termine per “maschio”.

femina, -ae f.: femelle, femme par opposition au mâle. Ancien participle en -meno-, substantive, mais dont l’emploi comme adjective est bien attesté. Pl., Mi. 489, non … me marem … sed feminam esse; T.L. 31, 12, 9 incertus infans… masculus an femina esset. Peut se joindre à un substantif masculin ou féminin désignant un animal, dont il précise le sexe: agnus femina (Loi de Numa), agnus mas idemque femina, T.L. 28, 11, 3, femina bos, musca femina, Pl, Tru. 284, etc., par opposition au type equus mas. Aussi tend-on à differencier femina de mulier: Isid., Diff. I 588, femina… naturale nomen est, generale mulier; Tert., Or. 22 Evam, nondum virum expertam deus mulierem ac feminam cognominavit, feminam qua sexus generaliter, mulierem qua gradus specialiter. Souvent joint à uxor, coniux, matrona; e.g. Cic, Verr. 4, 97, eius uxor, femina primaria. De là est arrivé à s’employer au sens de ‘femme’ compagne du ‘mari’: Ov. M. 8, 704, senex (Philemon) et femina coniuge digna, par un développement de sens qu’on retrouve dans homo. Voir mulier (Ernout-Meiilet 1959, s.v. femina)

La definizione di femina proposta da Ernout e Meillet (che si apre con il consueto rinvio a quota indoeuropea, necessario a postulare il significato originario della radice della parola: un participio da un verbo significante ‘poppare, succhiare, tettare’ che farebbe di femina ‘colei che allatta, colei che “tetta”’; cfr. anche Grisay-Lavis e Dubois-Stasse 1969:10-11) prosegue a questo punto con l’elencazione dei casi in cui il sostantivo è impiegato, in senso metalinguistico, per la classificazione dei nomi dal punto di vista del genere e con una disamina del paradigma dei corradicali del termine, la cui accezione squisitamente grammaticale (femminile nel senso del genere) costituisce un calco del greco tò thelykón, analogamente a quanto è avvenuto per maschile.
Posta perciò, per il significato di femina, un rapporto di distribuzione complementare a quella di mas – rapporto sintetizzabile affermando che i due termini sono sovrapponibili per tutti i tratti di significato loro propri ad eccezione di uno, quello relativo alla marca sessuale –, il dato sul quale si concentra il maggior interesse dal punto di vista della sostanza semantica del termine appare senza dubbio quello relativo all’altra opposizione chiamata in causa, stavolta tutta interna al femminino. Alludo alla coppia femina-mulier, la cui coesistenza pacifica, durata per tutto il periodo repubblicano – con mulier a indicare la donna in generale e il singolo o i singoli individui nello specifico di un discorso e comunque mai la femmina di animale e femina,
invece, la contrapposizione a vir, e, insieme a vir, la condizione di iponimia rispetto a homo, anche se non sistematicamente –, in epoca imperiale appare invece frantumarsi e in tempi imprevedibilmente rapidi.
Se, infatti, per tutta l’epoca repubblicana la concorrenza che femina fa a mulier per riferirsi alla ‘donna’ si traduce nel rosicchiamento progressivo ma piuttosto lento che consente al termine di passare dalle poco più di 4 (su 100) occorrenze in Plauto alle poco più di 13 in Cicerone, decisamente diversa è la situazione offerta dalla letteratura imperiale, nella quale si riflette una risoluzione del crescente dualismo tra le due forme a favore di femina, che fanno pendant con i prodromi dell’evoluzione semantica di mulier a ‘donna sposata’, in contrapposizione a virgo. Anche in questo caso, sia chiaro, non sistematicamente: diversamente non si spiegherebbe, infatti, la necessità, perdurata per vari secoli, ci si tornerà tra poco, di spiegare la differenza tra i due termini.

Grisay, Lavis e Dubois-Stasse, autori, quasi mezzo secolo fa, di un volume sui nomi della donna negli antichi testi letterari francesi, per ovvie ragioni costretti a ricostruire la rete dei rapporti diacronici e conseguentemente sincronici stabilitisi in fasi successive della storia linguistica latina, ritengono che il capovolgimento di situazione a vantaggio di femina abbia avuto origine nella poesia di età augustea per via di una preferenza non imputabile, se non limitatamente, a ragioni prosodiche (in alcuni casi, anzi, mulier, scartato, si sarebbe infatti meglio prestato al verso in uso). Richiamandosi a un lavoro precedente, quello di Axelson, volto a misurare la distribuzione dei due termini nelle opere dei poeti augustei (10:1 a vantaggio di femina in Virgilio, 6:1 in Tertulliano, 16:5 in Properzio, 9:1 in Marziale e addirittura più di 100:6 in Ovidio), gli studiosi sgombrano il campo da ogni dubbio su quale possa essere stato, dopo Catullo, il termine di riferimento per ‘donna’, tanto da affermare che «femina désigne le plus souvent, en poésie, ‘la femme’ en général» (p. 15). Di qui il termine si sarebbe irradiato nella prosa, in epoca imperiale piuttosto soggetta all’influenza della poesia. Se si guarda ai romanzi, però, ci si rende conto che lo iato tra i due termini era assai meno consistente: in Petronio e Apuleio, per esempio, pur registrandosi un netto progresso di femina, mulier manteneva una primazia ancora abbastanza solida, da leggere verosimilmente come spia di una concorrenza tra i termini in atto nella lingua dell’uso all’insegna, però, di una coesistenza di tenore diverso nei diversi strati della lingua: una coesistenza che si sarebbe risolta solo in un arco di tempo piuttosto lungo. Diversamente non si spiegherebbe la necessità di Tertulliano prima e di Isidoro poi – solo per citare le fonti di Ernout e Meillet – ma anche di un commentatore di Terenzio, Eugraphius, di definire (da intendersi in senso rigorosamente etimologico) i due termini, identificando generalmente nello spazio del femminile l’estensione di pertinenza di femina.

quid est mulier a primis quidem literis sanctorum commentariorum? Nam invenient sexus esse nomen, non gradum sexus: siquidem Evam nondum virum expertam deus mulierem et feminam cognominavit, [femina qua sexus generaliter, mulierem qua gradus sexus specialiter]. ita quo iam tunc innupta adhuc Eva mulieris vocabulo fuit, commune id vocabulum et virgini factum est.

Cosa avrebbe dunque indicato mulier fin dalle prime pagine dei sacri commentari? Nomen sexus e non gradum sexus: ‘il nome del sesso’ (nome generico, riferito al sesso biologico) e non ‘una condizione riferita al sesso’ (nome di genere, riferito alla funzione sociale della donna), nonostante solitamente femina indicasse la donna in generale e mulier una condizione riferita al sesso in particolare. Lo comproverebbe, d’altra parte, l’impiego, ascritto a Dio in persona, di entrambi i termini in riferimento ad Eva non ancora “esperta d’uomo” e da questo conseguirebbe la non riconducibilità di mulier alla condizione di maritata. Il passo del De oratione prosegue con una spiegazione del fatto che la distinzione tra i due appellativi ricorre solo laddove necessaria, proprio come – o probabilmente allo stesso modo che – in greco, dove theleîai distingue per l’appunto le feminae dalle mulieres⁄gynaîkes.

Femina… naturale nomen est, generale mulier (Isid. Diff. 1, 588), si potrebbe sintetizzare con le parole di Isidoro di Siviglia, compilatore ispanico cui si deve il merito di aver raccolto e trasmesso attraverso le sue opere tutto il sapere dell’epoca in cui visse: femina per il genere biologico e mulier per il genere sociale, si legge nelle Differentiae verborum, liste di parole dal significato affine che l’autore di volta in volta va a precisare.
Quattro secoli dopo, nel X secolo, Eugraphius, esegeta dell’Hauton timorumenos, tornava sulla distinzione terminologica rimarcando che femina sexus est, mulier et aetas (Eugraph., Ter. Haut. 1003), stabilendo in tal modo una condizione di marcatezza per il secondo membro di questa coppia.
Guardando agli esiti della frammentazione della Romània, tutt’altro che trascurabile è, qui come in molti altri casi, il peso esercitato dalla Vulgata, che Grisay, Lavis e Dubois-Stasse non mancano di considerare, dove, in controtendenza rispetto a quanto registrato per la prosa imperiale, mulier mantiene saldo il suo primato, relegando femina in una posizione marginale e prevedibilmente connotata in senso negativo: ricorre infatti per indicare relazioni sessuali o fenomeni fisiologici tipicamente femminili o la debolezza propria del sesso femminile. Non solo, nella Vulgata ricorrono le prime attestazioni di mulier per donna sposata, in concorrenza a uxor, termine di riferimento per le varietà amministrative e per la prosa letteraria, e a coniux, preferito dalla lingua poetica (e coerentemente meno frequente di uxor, ragione che stimolerebbe le ragioni che hanno portato alla preferenza per coniugicidio nel lessico del diritto canonico).
In una sede diversa potrebbe essere di estremo interesse individuare le varietà di riferimento degli antecedenti di tutte le forme romanze per donna (oltre che verificare i criteri di formazione dei composti equivalenti a femminicidio in lingue non romanze), cercando di spiegarne le ragioni del successo sui concorrenti: certo è che nel latino tardo si assiste alla riorganizzazione del lessico e della semantica della donna, dal momento che per lo più in luogo di due termini – uno per la donna in generale e uno per la donna che si trova in una specifica condizione sociale, che in genere coincide con l’essere sposata – si passa a un unico termine.

Volendo mantenersi aderenti al tema linguistico del femminicidio, occorrerà perciò rilevare la non sussistenza delle obiezioni alla coniazione di questo composto e, conseguentemente, la non necessità di alternative quali muliericidio o, ancor meno, donnicidio, quest’ultimo in particolare perché composto che continuerebbe domina, un termine estraneo alla sfera del sesso sia biologico sia sociale perché connesso con il prestigio e l’autorità della ‘signora e proprietaria della domus’. Un termine cui manca del tutto, inoltre, il riferimento a quella vicinanza relazionale saliente invece in femminicidio.
Storia linguistica alla mano, non si evincono pertanto ragioni convincenti per opporsi a femminicidio e per questo occorrerà ribaltare il quesito iniziale e chiedersi cosa può aver ingenerato l’avversione diffusa nei confronti di questo termine.
Una spiegazione potrebbe risiedere nel ruolo esercitato dalla cultura religiosa nella formazione della lingua e più specificamente della semantica della lingua italiana, che non di rado si è alimentata della Vulgata e dell’esegesi biblica, cui sembrerebbe da imputare, sulla base di quanto visto, la persistente avversione per la base femmin-; avversione perpetuatasi fino ai giorni nostri e che potrebbe aver avvalorato la dicotomia di tipo valoriale (persistente in special modo in varietà della lingua diastraticamente marcate) che vede donna al polo positivo, femmina a quello negativo e che trova in moglie un implicito superlativo.

3. Back to the future

“Di che cosa sono fatte le femmine?”
Dipendenza, passività, fragilità, scarsa tolleranza del dolore, mancanza di aggressività e di competitività, introversione, tendenza ad adeguarsi agli altri e a vivere di riflesso, sensibilità, disciplina, soggettivismo, intuito, arrendevolezza, ricettività, incapacità di affrontare i rischi, emotività, bisogno di sentirsi appoggiate13 (Bardwick-Douvan 1977:97).

Così è (ancora) descritta la donna in una raccolta di saggi, curata da Vivian Gornick e Barbara K. Moran (solo) mezzo secolo fa, destinata al pubblico statunitense

allo scopo di dimostrare che la condizione della donna, qui ed ora, è il risultato di una decisione culturale (e perciò politica) formatasi lentamente, profondamente radicata, straordinariamente pervasiva, per la quale, anche in una generazione in cui l’uomo è andato sulla luna, la donna rimarrà una persona definita non dallo sviluppo del suo cervello o della sua volontà o del suo spirito, ma piuttosto dalla sua capacità di procreare e dal suo status di compagna di uomini che operano, fanno, governano la terra (Saraceno 1977:VII).

Mezzo secolo dopo, lo spazio conquistato anche dalle donne, di recente anche da quelle italiane, la realtà “vera” e quella rappresentata dai media non appare poi tanto diversa.
Samantha Cristoforetti, per esempio, ingegnera e astronauta in orbita nei mesi in cui è stato scritto questo volume, è la prima donna italiana negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale: Samantha Cristoforetti, per diversi utenti del social network Facebook, è «andata nello spazio perché gli uomini avevano bisogno di una mano femminile per i lavori di navicella, perché era donna, perché era “incozzata”» (Secolo Trentino).
Immaginabile la sequela di commenti e di scambi di accuse rispettivamente di sessismo o di dannoso femminismo, la cui ricostruzione non gioverebbe a questo discorso se non perché andrebbe ad aggiungersi alle dimostrazioni di persistenza e vitalità, di certo nel nostro paese, di modelli ideologici, dominanti e persino esclusivi in certi strati della società, che apparirebbero identici a quelli offerti dai testi di due millenni fa e ai tanti succedanei accumulatisi nel corso dei secoli successivi.
Modelli, non i soli, ai quali guarda chi del femminicidio studia gli aspetti extra-linguistici. Aspetti che hanno a che fare con la cultura e la società ma che per questo hanno forzatamente a che fare anche con la lingua, giacché non vi è lingua senza società e società senza cultura.

E poiché il dizionario di una lingua è forse lo strumento che meglio riflette il valore riconosciuto alle parole dalla massa vivente e parlante in una certa epoca – non smentisce anzi conferma questa convinzione la constatazione che a dispetto della neutralità di cui si fregiano, «i dizionari hanno spesso lasciato trasparire dalle definizioni dei lemmi ideologie, stati d’animo, simpatie, antipatie dei lessicografi» –, ma poiché è altrettanto vero che la situazione del lessico è continuamente in movimento: parole che in certi àmbiti sono puramente denotative possono essere connotate (positivamente o negativamente) in altri; voci inizialmente caratterizzate come negative o dispregiative possono, col tempo, diventare neutre o perfino positive, mentre termini originariamente neutri possono finire con l’assumere valori negativi: questa seconda circostanza, come vedremo, è abbastanza frequente quando le parole indicano esseri umani (D’Achille 2011:14) per tirare le fila di questa riflessione sulla necessità e sulla fattura di femminicidio si rimetteranno insieme porzioni di testi. Nel testo infatti si cristallizza un frammento dell’agire comunicativo dell’individuo attraverso i linguaggi e le lingue; un agire che non può esserci in assenza di un contesto – un tempo e uno spazio geografico e sociale – e delle strutture della mente, del cervello e del corpo che li ospita. Ogni parola, come elemento del linguaggio verbale, è insieme tutto ciò e per questo alla fine dei conti apparirebbe specioso e poco utile stabilire i nessi di causa ed effetto che regolano i rapporti tra lingua e realtà. Se a un fatto nuovo segue una parola nuova non è, infatti, perché il fatto è nuovo, ma è perché è sentito come nuovo dai parlanti. Per dirla con le parole di Gianluigi, non è una questione di lana caprina, almeno non lo è dal mio punto di vista…

4. Cerchi da quadrare?
Per cercare di verificare la fondatezza delle resistenze e delle obiezioni a femminicio, proseguite anche dopo un lustro dalla fase del suo primo picco di irradiazione e circolazione (i picchi più alti si raggiungono nel 2013, con la promulgazione della legge che ne ha sancito lo statuto anche linguistico)

femminicidio: SBAGLIATO – donnicidio: Giusto
ad omicidio dovrebbe seguire donnicidio, e riesce difficile capire perché abbiano, invece, scelto femminicidio (cui si contrappone maschicidio) – che i linguisti ne abbiano avvisato i giuristi? e/o, dai giuristi, che siano stati consultati? (Corriere.it del 2 luglio 2013)

Norme corrette, parola sbagliata
Femminicidio? Più vero uxoricidio
Fatta la legge sul “femminicidio”, la parola femminicidio diventerà stabile e ufficiale, d’ora in poi indicherà per tutti, su tutti i media, la violenza di coppia.
Ma è – questo voglio dire – una parola sbagliata. Perché con questa parola pare che si tratti di “uomini che odiano le donne”, di un odio di genere, maschi contro femmine. Non è così. Questi violenti che picchiano, feriscono, minacciano, perseguitano o uccidono, non odiano le donne in generale, ma in particolare le donne con cui vivono o hanno vissuto, che sono le loro mogli o conviventi, da cui hanno avuto dei figli. Hanno una relazione stretta con queste donne, una relazione che le rende importanti e uniche nella loro vita. E adesso odiano proprio questa importanza, questa unicità. Vorrebbero distruggerla. Per distruggerla, distruggono chi la incarna. Non perché è una donna, ma perché è “quella” donna, la donna che segna la loro vita. Una volta si chiamava uxor, e dava il nome a questo tipo di delitto. Oggi ha diversi altri nomi, compagna, partner, amica, ma quando scattano questi crimini è pur sempre vittima dello stesso rovesciamento che l’uomo imprime alla relazione: dall’amore all’odio.
[…] Ben venga dunque questa legge sui crimini coniugali o familiari. Peccato che arrivi sotto quel nome, femminicidio, che toglie al reato la parte più grave e più odiosa della colpa (Avvenire.it dell’11 agosto 2013)

la via più convincente da percorrere è apparsa quella della semantica storica, che attraverso l’indagine del diasistema latino accessibile dai testi che si possiedono e della relativa letteratura scientifica ha consentito
– di comprendere i rapporti tra i termini della famiglia lessicale della donna
– di collocare ciascun membro della famiglia in corrispondenza di una o più varietà del diasistema latino
– di sfumare fin quasi a farla sparire la divisione tra femina e mulier e di individuare il primato dell’una o dell’altra forma in corrispondenza di determinate cronologie o tipologie testuali
– di escludere domina > donna come concorrente di femina nella formazione di femminicidio

Fin qui il latino. Quanto all’Italiano, a mala pena sfiorato nei suoi aspetti diacronici, si è cercato di ottenere dati commisurando quanto riconducibile alle manifestazioni metalinguistiche di singoli parlanti con quanto riflesso dalla lessicografia, non solo recente.
Il fatto che il Vocabolario degli Accademici della Crusca nel XVII secolo definisse donna e femmina rispettivamente come

‘Nome generico della femmina della spezie umana’ (dalla 1. ed., del 1612, alla 4. ed., 1728-1739; fino alla 3. ed., 1691, si aggiunge però la specificazione, ideologicamente maschilista: ‘ma si dice più propriamente di quella, che abbia, o abbia avuto marito’) e, nella 5. ed. (1863-1923), ‘Nome della femmina della specie umana’. Da rilevare che la voce femmina è via via definita come: ‘Quell’animale così ragionevole, come bruto, che concorre col maschio, come recipiente, sesso’ (1. ed.); ‘Quell’animale, che concorre alla generazione col maschio’ (dalla 2. ed., 1623, alla 4. ed., che aggiunge ‘e più spezialmente si usa per donna’); ‘L’animale di sesso opposto a quello del maschio, destinato a concepire e partorire il feto, o a mandar fuori le uova’ (5. ed., che all’interno della voce precisa: ‘in senso più particolare usasi per Donna, ed è il contrapposto di Uomo’) (D’Achille 2011:18)

stimola altre due considerazioni; la prima intorno al fatto che,

– paradossalmente, si sarebbe compresa una reazione contraria a femminicidio da parte delle donne e in special modo delle femministe, che proprio su base linguistica avrebbero potuto contestare il termine perché formato a partire da femmina e non da donna, rispetto al quale è usato spesso in senso dispregiativo.

L’altra, attinente all’atteggiamento del lessicografo, volta a rilevare, come peraltro rilevato dallo stesso D’Achille, che
– «la definizione di donna come ‘femmina dell’uomo’ è tutt’altro che rara nella tradizione lessicografica italiana» moderna e persino contemporanea, cosa grave perché sintomatica dello schieramento sessista di chi avrebbe dovuto garantire il mantenimento di un equilibrio denotativo in grado di contenere dilatazioni connotative.

La denotazione è (o dovrebbe essere) l’obiettivo del linguaggio scientifico, compreso quello della linguistica (ma non sempre è stato così: come vedremo, i dizionari hanno spesso lasciato trasparire dalle definizioni dei lemmi ideologie, stati d’animo, simpatie, antipatie dei lessicografi), mentre la connotazione è propria, oltre che del normale uso linguistico, specie parlato, dell’oratoria, della propaganda, della pubblicità, ecc.

Sic stantibus rebus, inutile trincerarsi dietro discorsi che suonerebbero a loro volta ideologici. Meglio prendere atto della persistenza, ancora nel XX secolo, del sopravanzamento di alcune istanze connotative sulla “mera” denotazione e cercare di comprendere, senza trincerarsi dietro l’etichetta del politicamente corretto, l’estensione del fenomeno che la lingua riflette e incanala nello spazio di una definizione, così da farne anche un elemento di confronto con definizioni future, alla cui sostanza si può concorrere anche attraverso l’opera di disvelamento dei meccanismi della lessicografia esistente.
Ancora a proposito di semantica, occorrerà passare a colmare lo spazio denotativo che separa l’omicidio di una femmina o donna dal femminicidio: a tale scopo, potrebbe risultare utile risalire alle prime attestazioni di questo termine accostandole a quelle di fem(m)icidio, che del primo è ritenuto dai più – e anche dai lessicografi, dove lo registrano – una sorta di variante, della quale non si è ancora discusso ma che non si potrà tacere perché offre il vantaggio di arricchire la discussione anche dal punto di vista del confronto tra culture.
Il termine continua l’inglese femicide, associato a partire dagli anni Settanta del Novecento ai movimenti femministi statunitensi ma consacrato solo dai primi anni Novanta a seguito della grande circolazione del lavoro di Diane Russel, sociologa e tra le massime esperte al mondo di violenza di genere che, nel 1992, lo impiegò per il suo Femicide: The Politics of woman killing. Definito come

Femicide is a leading cause of premature death for women globally, distinct from homicide and other forms of gender violence (Femicide.net)

[…] femicide is an extreme form of gender-based violence that culminates in the murder of women and may include torture, mutilation, cruelty, and sexual violence. The causes and risk factors of this type of violence are linked to gender inequality, discrimination, and economic disempowerment and are the result of a systematic disregard for women’s human rights. It occurs in an environment where everyday acts of violence are accepted and impunity is facilitated by the government’s refusal to deal with the problems (The advocates for human rights s.v. “Femicide”)

è, come si è detto, solitamente associato a femminicidio dal punto di vista semantico, sebbene ci sia chi distingue le due varianti in senso sociolinguistico con quest’ultimo associato alle varietà linguistiche della lotta politica probabilmente per l’eco dell’efferatezza dei fatti di Ciudad Juarez, la strage delle donne, che, rimbalzata dai media, lo ha imposto – nella variante ispanofona –all’opinione pubblica mondiale come significante di una violenza specifica e rivolta contro la donna “in quanto donna”.

What is feminicide?
Feminicide is a political term. It encompasses more than femicide because it holds responsible not only the male perpetrators but also the state and judicial structures that normalize misogyny. Feminicide connotes not only the murder of women by men because they are women but also indicates state responsibility for these murders whether through the commission of the actual killing, toleration of the perpetrators, acts of violence, or omission of state responsibility to ensure the safety of its female citizens. In Guatemala, feminicide is a crime that exists because of the absence of state guarantees to protect the rights of women. (Ghrc-usa.org)

Guardando all’inglese, pertanto, feminicide è più recente di femicide e dovuto agli effetti del contatto interlinguistico. C’è però dell’altro, che la consultazione dell’OED (Oxford English Dictionary) consente rapidamente di far emergere. Femicide è termine che si trova impiegato già dai primi dell’Ottocento per indicare sia l’omicida che l’omicidio di donne e la sua continuazione novecentesca non è perciò da intendersi come neologismo bensì come reintroduzione nell’uso di un termine probabilmente marginale

Femicide 1: ‘One who kills a woman’. 1828 R. Macnish (title), Confessions of an unexecuted Femicide;
Femicide 2: ‘The killing of a woman’. 1801 Satricol View Lond. 60 This species of delinquency may be denominated femicide. 1848 WHARTON Law Lex, Femicide, ‘The killing of a woman’ OED, s.v.

Se è vero che lo spagnolo latinoamericano feminicidio ha rinforzato l’inglese femicide, è altrettanto vero che l’inglese ha fatto da modello per lo spagnolo delle femministe latinoamericane, giunte a “conquistare” la lemmatizzazione del vocabolo nella ventitreesima edizione del dizionario della Real Academia Española (RAE). Così sul sito di Radio Françe International (RFI) la sintesi del comunicato che ha preceduto di alcuni mesi l’ingresso nel dizionario della RAE, interessante anche per il riferimento all’emendamento della definizione dei lemmi per ‘femminile’ e ‘maschile’.

¿Feminicidio o femicidio?
La palabra que viene de aceptar la RAE es conocida hoy en el mundo entero gracias a la lucha de las feministas latinoamericanas. […]
Fue una antropóloga mexicana, Marcela Lagarde, quien tradujo y reformuló el término inglés de femicide, conceptualizado por primera vez en 1976 por Diana Russel y revisado en 1992 junto a Hill Radford, definido como ‘el asesinato misógino de mujeres cometido por hombres’. Gracias al empeño de Largarde y otras, México fue el primer país (en 2007) a incorporar el feminicidio en el código penal […]
En Costa Rica, Chile, Guatemala y Nicaragua, donde también está legislado, lo tipifican como femicidio. […]
A pesar de la existencia de estos dos términos en las leyes latinoamericanas, el diccionario de la RAE recoge solamente uno, lo que le ha valido también algunas críticas, especialmente de las teóricas que consideran que se trata de dos conceptos distintos.
El femicidio, en castellano un término homólogo a homicidio, sólo se referiría al asesinato de mujeres, mientras que feminicidio, definido por Lagarde, incluiría la variable de impunidad que suele estar detrás de estos crímenes, es decir, la inacción o desprotección estatal frente a la violencia hecha contra la mujer.
Una acepción que no contempla el conservador diccionario español, tachado a menudo de machista. Cabe decir que la academia lingüista acaba de suprimir las acepciones sexistas de femenino como ‘débil, endeble’ y de masculino, como ‘varonil, enérgico’. Y es que la RAE es una institución inminentemente masculina: en los 300 años de su historia sólo ocho mujeres han estado entre sus miembros, y de sus 43 actuales sólo siete son mujeres.

La legittimazione giunge, d’altra parte, a seguito di una lunghissima fase di acclimatamento al nuovo termine – ‘destabilizzante’ per l’androcentrismo complice della violenza misogina, a giudizio di Graciela Atencio, giornalista e direttrice di Feminicidio.net – da parte della comunità linguistica ispanofona; un acclimatamento durato due decadi nel corso delle quali la seconda lingua più parlata al mondo è stata scossa dalla diffusione di feminicidio e femicidio

La palabra cobró tal vigor que el androcentrismo, entendido como aquello que fija su atención desde una mirada masculina y la misoginia, esa mentalidad social que justifica el odio hacia las mujeres, tuvo que rendirse a un significante desestabilizador de disciplinas tradicionales. A lo largo de las dos últimas décadas feminicidio y femicidio sacudieron el segundo idioma más hablado del planeta y consolidaron su uso en calles, casas, bibliotecas, aulas, redacciones, parlamentos, juzgados, morgues en América Latina (donde habitan más de 300 millones de personas hispanohablantes) y la gran red, internet, antes de que lo legitimara la docta y Real Academia Española en su diccionario (El Pays.com del 17 marzo 2015).

Molto si potrebbe dire sui tempi di latenza che intercorrono tra l’entrata nell’uso anche generalizzato di un termine e la sua normalizzazione nel dizionario, argomento annoso, insieme a quello sui criteri della selezione del nuovo materiale. Non lo si farà, perché si tornerà a considerare, come ultimo tassello di questo processo ricostruttivo, l’italiano femminicidio come caso di ricorso affine all’inglese femicide.
Sebbene infatti il GDLI lemmatizzi il termine – e la variante femicidio, etichettata come termine sociologico – solo nell’aggiornamento 2009 rinviando per le prime attestazioni a occorrenze rispettivamente del 2007 (Panorama dell’11 ottobre) e del 2003 (Carta del 7 novembre), il termine era in uso già a fine Ottocento (1888) con «natura di creazione letteraria e non di termine di rilevanza giuridica, come invece aveva il corrispettivo d’Oltre-Manica» (Accademiadellacrusca.it s.v. “Femminicidio”, cui si rinvia anche per queste occorrenze). Ritorna poi a più riprese nel corso del secolo successivo ora con nuance di significato
ironiche o scherzose ora vicino all’accezione attuale, in special modo quando ci sia avvicina agli anni Settanta e per lo più in testi giornalistici, come è già capitato di constatare in molti casi.
Analoga situazione si trova in francese, per di più in un testo di alcuni secoli prima e probabilmente si ritroverebbe in qualunque altra lingua si serva di formanti latini per dare una risposta autorevole a esigenze moderne di denominazione.
Per questa ragione a conclusione e chiosa di tutto il discorso si valuterà per femminicidio lo statuto di esemplare di quel lessico intellettuale europeo che fonda la propria identità sulla fusione di matrici classiche con idee moderne che hanno fatto la storia della cultura e della civiltà e che nel corso della storia si sono rimodellate senza che per questo il loro significante risultasse inadeguato.
Da questa capacità di apparire nuovo senza esserlo, di non subire gli effetti del tempo, potrebbe allora derivare quel sentimento di novitas che finisce per rendere poco importante che si tratti davvero di un neologismo.
Vocabula nova cum rebus novis exorta sunt, affermava Erasmo da Rotterdam per difendere, «contro i ciceroniani, la necessità di innovazioni linguistiche capaci di esprimere i nuovi orizzonti del sapere» (Gregory 2007:178): nel caso del femminicidio questi nuovi orizzonti risiederebbero nello statuto diverso di una uccisione che per essere compresa richiede di non essere trattata da uccisione qualunque.

È la ferma difesa del latino come lingua viva, capace di adattarsi a realtà nuove; nella storia della lingua non esistono barbarismi, ma solo neologismi, inizialmente visti con sospetto, poi divenuti di uso comune: “Si barbarum habetur,
quicquid est novum et recens natum, nulla vox non fuit aliquando barbara” (Gregory 2010:5)

Gianluigi, il mio interlocutore, a conclusione del suo carteggio, trovava appagamento al suo sentimento di contrarietà alla fattura e al conseguente impiego di femminicidio in questo passaggio da Insegnaci a pregare di Louis Evely (Assisi, Cittadella Editrice, 1968): «Le realtà nutrono, e nutrono anche le parole, purché siano reali. Ma le nostre parole sono vuote, hanno perso il loro senso, le pronunciamo senza pensarci».
Diversamente da quanto pensavo al tempo della risposta a Gianluigi, e in totale sintonia con Erasmo, ritengo oggi che alla realtà estrema e brutale la lingua abbia risposto di necessità e con la fattura che meglio poteva adattarsi a esprimere crimini antichi visti con occhi nuovi.

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