Donne in traduzione, a cura di Elena Di Giovanni e Serenella Zanotti (Milano, Bompiani 2018), è un volume scritto da donne che traducono donne. Donne che parlano di genere, di lingua, di comunicazione e sessualità.

I saggi sono prevalentemente traduzioni di testi in lingua inglese, ma il volume presenta anche un saggio dal francese e uno dal tedesco.

Quest’ultimo, scritto da Luise F. Pusch (Luise F. Pusch, Il tema della lingua e dell’omofobia come campo di ricerca in Germania e negli Stati Uniti: considerazioni generali e personali, pp. 417-437), linguista germanica che vive a cavallo di due mondi, tedesco e americano, affronta la tematica della linguistica femminista e di genere in ambito accademico e mette in evidenza le forti resistenze verso questo argomento da parte delle colleghe e dei colleghi accademici.

Il testo è tradotto e commentato da Stefania Cavagnoli, che si trova ad affrontare problemi linguistici legati alla lingua di genere nel passaggio dal tedesco dell’autrice, in cui sono presenti molti termini in inglese, all’italiano androcentrico.

 

COMMENTO ALLA TRADUZIONE

di Stefania Cavagnoli (Tradurre Luise F. Pusch, pp. 438-442)

Il testo scelto è problematico e molto interessante allo stesso tempo: problematico perché si tratta di un testo scritto, che usa però una modalità legata all’oralità, con i rimandi fatici, una lingua spesso di registro più colloquiale, che non è tipica del testo scritto, né tantomeno del testo scientifico. Interessante perché, pur essendo un testo datato, tratta di un argomento per l’Italia e la comunicazione linguistica italiana purtroppo ancora molto innovativo.

L’autrice, Luise Pusch, è una linguista che si occupa di lingua al femminile, o meglio che sta tra le lingue e le relative teorie linguistiche; tedesca di origine, vive fra la Germania e gli Stati Uniti. Scrive in tedesco e in inglese. Il testo è stato pubblicato nel 1997 in inglese e più tardi tradotto in tedesco. Si tratta di un’autotraduzione che nel 1999 è stata edita nel libro Die Frau ist nicht der Rede wert (la donna è trascurabile, non vale nemmeno la pena di parlarne). Il tema però, secondo l’autrice, non era ancora esaurito, tanto che ella ha ripubblicato il saggio sul suo blog “Laut und Luise”, sul quale si è scatenata una polemica. Soprattutto sulla definizione di ‘donna’, che l’autrice nel saggio esplora con categorie linguistiche, non si trova unanimità nella polemica; Pusch  però si spinge più in là, parlando di un problema linguistico non tanto legato alle categorie di donne e uomini ma a quelle dell’intersessualità e di quelle persone che non vogliono o possono definirsi con la lingua della cultura attuale (che l’autrice definisce patriarcale, eterosessuale e di sesso x (x-sexistisch) solo nelle categorie di uomini o di donne. Per l’autrice è necessario trovare delle soluzioni linguistiche diverse, deprivilegiando il maschile: una sua ipotesi è di togliere, in tedesco, la desinenza ‘in’, ovvero la desinenza del femminile. Lasciando il sostantivo come sta, modificando solo gli articoli, che in tedesco sono di tre generi diversi: per esempio die Arzt al posto di die Aerztin.  Un’idea che segna il tempo, rispetto all’Italia, dove ancora si riflette e si insiste sull’uso della desinenza femminile come unica via per rendere visibili le donne nei testi.

Nel 2011 il saggio  viene ripubblicato sul blog.

Ho scelto questo testo perché di questa linguista non esistono scritti disponibili in lingua italiana; esistono testi tradotti in inglese o in tedesco e articoli originali in queste due lingue. Il tema del saggio costituisce poi un ulteriore motivo di scelta. Proprio nell’approccio alla traduzione del saggio si intrecciano le difficoltà del rendere, in lingua italiana, una scrittura adeguata al genere. Trattando il testo la tematica della lingua e dell’omofobia, a cavallo di Germania e Stati Uniti, si parte dal presupposto che tutte le parole vengano declinate al maschile e al femminile, a maggior ragione in un saggio che si occupa di tale argomento.

La riflessione è però necessaria, verso la lingua italiana, perché ancora, dopo almeno 30 anni dalle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua, di Alma Sabatini, edito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1987, in Italia ancora si discute con toni che vanno dall’ironia all’aggressività, se sia il caso di nominare le donne al femminile, nella professione, nei titoli politici, nella realtà sociale. Nel testo tradotto, viene messo in evidenza il tema della lingua adeguata a tutte le persone. Un passo ulteriore rispetto a ciò che sta succedendo per la lingua italiana, dove ancora si considera il discorso al femminile come disturbante e non importante.

Per questo motivo, la scelta di un tale testo da tradurre è significativa; la lingua tedesca, e soprattutto la relativa società, ha accolto l’uso del femminile perfino nei testi giuridici. La lingua italiana no e il lavoro che qui si presenta, per le soluzioni linguistiche adottate, è una sorta di ulteriore traduzione: si passa dal tedesco all’italiano non adeguato al genere a quello che tiene conto di maschile e femminile.

Non solo; mentre per l’italiano ancora si discute se il femminile abbia o meno un posto nei testi, in tedesco, e in questo articolo in particolare, la riflessione va oltre, verso altri generi possibili e si interroga su come le teorie linguistiche servano a diffondere tali usi.

La sfida della traduzione è focalizzata nel linguaggio provocatorio, quasi disturbante a tratti, dell’originale. Un continuo passare da una variante diafasica bassa, colloquiale, intrisa di anglicismi, ad una discussione teorica specialistica.

Nel tradurre, ho dovuto fermarmi e riflettere su come adeguare il testo di partenza alla realtà linguistica italiana: ho scelto di sforzare gli esempi, conscia che la lingua crea la realtà, scegliendo per esempio di concordare al femminile le frasi che presentavano il plurale di maschile e femminile (linguiste e linguisti omosessuali venivano messe a tacere). Tale indicazione è per altro già prevista dalle Raccomandazioni di Sabatini del 1987, ma fa fatica a venire applicata nel parlare e nello scrivere in italiano.

Ho invece utilizzato prevalentemente sostantivi inclusivi, come persone, preferendo questa soluzione a doppio uso (linguiste e linguisti), con poche eccezioni. Ho cercato di evitare, dove possibile, l’uso di doppie desinenze (a/o), per non appesantire la lettura, sostituendo tali espressioni, dove possibile, con iperonimi.

Ho deciso di lasciare in inglese alcuni sostantivi solo in alcune situazioni (per esempio, quando in forma di elenco), mentre ho deciso di tradurre tutte le altre parole straniere in italiano; i titoli delle opere citate sono stati lasciati nella versione originale, anche perché non presenti nell’editoria italiana.

Ho mantenuto anche la formattazione dei titoli, che non erano numerati, e la scelta di evidenziare in grassetto alcune parole; tali parole sono quelle indicate in grassetto nel testo di partenza dall’autrice. Ho invece uniformato in tondo quei grassetti che erano ridondandi.

Un altro intervento sul testo di partenza è stato nella formattazione: ho sostituito i trattini che introducevano molti incisi, per una lettura più sciolta della traduzione, con una virgola. Ho eliminato i molti puntini di sospensione, usati da Pusch, per lo stesso motivo, con poche eccezioni in cui mi sembravano aggiungere qualcosa alla lettura.

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