Per GeS interverrà Stefania Cavagnoli con una relazione su “La lingua di genere in ambito formativo: il ruolo della rappresentazione adeguata e la sua considerazione al momento della valutazione”.

Premesse

Sono passati trentacinque anni da Frames of mind (1983) di Gardner, venti da Understanding by design di Wiggins e McTighe (1998), da La cultura dell’Educazione di Bruner e dagli studi di Le Boterf (2000) e Perrenoud (1997) sulle competenze, ma nella scuola il modello più diffuso di valutazione è ancora quello focalizzato su un set chiuso di conoscenze e abilità, che emargina gran parte del bagaglio di capacità cognitive dello studente.

Sia le valutazioni internazionali su larga scala, come OCSE-PISA o IEA, sia quelle nazionali che regolano il sistema degli accessi ai livelli di istruzione superiore, come LGS e YKS in Turchia, sia infine le pratiche di valutazione interne ai singoli istituti scolastici, sono basate su prove che assolutizzano alcuni ambiti dell’apprendimento formale e valutano gli studenti in base a modelli del sapere fortemente condizionati dall’alto.

L’idea di educazione come strumento di sviluppo economico e sociale e una visione della valutazione di tipo razionalistico (con conseguenze decisive sull’impostazione del curricolo) legittimano l’idea che lo studente da valutare non sia un soggetto unico ma sia del tutto comparabile agli altri mediante prove discriminanti che stabiliscono una graduatoria “dal più bravo al meno bravo”, con importanti ripercussioni sulla vita dei singoli studenti in termini di sviluppo personale e mobilità sociale.

Ne escono penalizzati gli studenti che sono dotati di capacità e strumenti cognitivi diversi da quelli indagati dai modelli di valutazione attuali. In particolare, sono penalizzati gli studenti immigrati, quelli appartenenti a minoranze portatrici di culture non valorizzate nella realtà locale, quelli con talenti artistici o manuali, gli studenti con bisogni educativi speciali.

Eppure non mancano le evidenze empiriche sull’efficacia della valutazione formativa. Laura Greenstein (2010), nel suo libro What Teachers Really Need to Know About Formative Assessment, sottolineava come dodici anni dopo Inside the black-box di Wiliams e Black (1998) eravamo più o meno allo stesso punto, ovvero: la valutazione formativa funziona, ma è praticata da pochi docenti.

Le valutazioni scolastiche inoltre dovrebbero poter evidenziare l’effetto che la classe, l’insegnante o l’appartenenza di genere ha sulla prestazione del singolo studente, per non determinare situazioni di ingiusta disparità, specialmente nell’epoca della globalizzazione, nella quale la spendibilità a livello mondiale del titolo di studio e dei punteggi ad esso connessi rende sempre più determinante l’equità della valutazione.

Il nostro convegno vuole fornire l’occasione di riflettere sul modello di valutazione che viene adottato, spesso acriticamente, nelle scuole turche ed italiane, pur nelle loro innegabili differenze di impostazione, allargando inoltre la prospettiva ad altri paesi. Siamo pertanto felici di invitarvi a quest’appuntamento al Liceo I.M.I. di Istanbul il 16 e il 17 maggio 2019, per promuovere insieme una cultura della valutazione più equa e stimolante per i nostri studenti.

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Video dell’intervento

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