Margherita Lamesta Krebel è giornalista e scrive di cinema, teatro, moda e arte dal 2009. Nel 2017 pubblica con la Casa Editrice Tabula Fati il libro “Audrey Hepburn. Immagini di un’attrice”. Il testo si presta alla lettura di chiunque nutra interesse non solo per il cinema ma anche per l’arte e la moda e ad esso si può attribuire il grande merito di aver indagato, sulla scia di un percorso che va dagli esordi alla maturità, le personagge interpretate dall’attrice Audrey Hepburn secondo uno sviluppo che l’autrice definisce dall’innocenza alla metamorfosi. Molto è stato scritto su Hepburn, ma limitatamente alla rappresentazione dell’attrice come storica icona della moda. Lamesta Krebel ci offre così immagini nuove di Hepburn, allargando lo spettro della sua analisi e arricchendo la sua ricerca con contenuti inediti che permettono di scoprire la persona che si cela dietro l’attrice. Gli excursus biografici di Hepburn si intrecciano con il suo sviluppo professionale, permettendo a lettrici e lettori di comprendere la grandezza del contributo che la Diva ha portato alla formazione della nuova identità femminile che negli ’60 del secolo scorso ha iniziato ad emergere. Il minuzioso studio delle personagge a cui Hepburn ha dato vita riesce in questo libro a tracciare l’evoluzione non solo di un’attrice, ma anche dell’identità delle stesse donne a cavallo tra gli anni ’50 e ’60.

Le prime interpretazioni di Hepburn mettono in risalto l’identità della donna-bambina, innocente e sognante, eppure personagge dall’identità non statica. Queste protagoniste sono in grado, tramite la capacità interpretativa dell’attrice, di trasformarsi, di diventare da bibliotecaria a indossatrice di alta moda (“Cenerentola a Parigi” 1957), da “goffa ragazzina a donna di gran classe” (“Sabrina”1954): sono autentiche metamorfosi. Diversamente, in “Vacanze romane” (1954), nell’interpretazione della Principessa Anya, la metamorfosi è solo temporanea: la protagonista riesce a liberarsi per un giorno dei rigidi doveri regali per lasciarsi sedurre dalla Dolce Vita romana.

Hepburn ha saputo con maestria e professionalità dare voce alla dicotomia insita nella donna a cavallo tra i due decenni: da un lato la rigida adesione agli schemi sociali femminili di quegli anni e dall’altro il desiderio di evasione, di assaporare la libertà e di trovare la propria indipendenza. È infatti nei film della maturità che le personagge di Hepburn cambiano, così come cambia la sua interpretazione, dando così voce ai nuovi cambiamenti sociali in materia di identità di genere: l’innocenza lascia spazio ad una sempre più crescente consapevolezza della propria identità. Gli anni ’60 consacrano l’avvio del cinema moderno e di una moderna identità femminile con “Colazione da Tiffany” (1961), film in cui Hepburn, tramite l’interpretazione di Holly, riesce con grande professionalità a dar voce alla “rabbia, incertezza, speranza” (p.50) di quegli anni. Holly non è più donna-bambina, ma donna consapevole e autodeterminata: lascia il marito, vive da sola, è sessualmente libera, una vera rivoluzione sociale e cinematografica. È una donna alla costante ricerca della sua identità, che per lei non si realizza unicamente con l’amore di un uomo. Il suo gatto non ha un nome, la sua casa è in subbuglio, come se da un giorno all’altro dovesse tenersi pronta a fare le valigie e ricominciare altrove. E probabilmente non è un caso che l’illustrazione di copertina riproduca la scena memorabile di “Colazione da Tiffany” in cui Holly, con la mascherina da notte, apre la porta al vicino di casa che ha necessità di usare il telefono: tappi per le orecchie a forma di orecchini, telefono nella valigia, scarpe in frigorifero, e la confessione della ricerca di un posto che non sa ancora com’è, ma sa che c’è. La sua maturità artistica si sviluppa ancora in “Quelle due” (1961), film nel quale viene, seppur implicitamente, scardinato il tabù dell’amore tra donne.

Hepburn regalerà inoltre la sua immagine al fumetto “Julia – Le avventure di una criminologa”, di Giancarlo Berardi, per la prima volta pubblicato nel 1998. È emblematico e di grande impatto sociale per quegli anni vedere una donna in veste di detective. Hepburn ha dato un nuovo volto al cinema moderno e non è stata solo icona della moda, ma anche ambasciatrice Unicef. Non solo donna esile e graziosa, ma anche e soprattutto grande e umile professionista. Questo è il ritratto di Hepburn che Lamesta Krebel ci offre: quello di una Diva che non è mai apparsa sui tabloid e che ha protetto la sua vita privata (in questo senso definita dall’autrice “Antidiva”). Un’attrice che ha svolto il suo lavoro in maniera autentica e responsabile. Una donna dal passato difficile caratterizzato dall’esperienza della Seconda Guerra Mondiale e delle sue privazioni e dall’abbandono da parte del padre. L’intervista inedita al Prof. Andrea Dotti, secondo marito dell’attrice, completa la ricerca di Lamesta Krebel sulla donna e sulla professionista che Hepburn è stata.

Resta con lei un’immagine del femminile che non passa di moda. Ad Audrey Hepburn va così il merito di aver preannunciato la nascita di una nuova identità di genere facendosi portavoce di un moderno essere donna tramite l’interpretazione di personagge mai scontate, mai banali, modelle fatte di “sangue e cervello” e all’autrice va il merito di averle minuziosamente e sapientemente descritte.

Anita Buonasora