Ovvero, Se trasformiamo le fiabe.

recensione a cura di Patrizia Danieli

E allora il patrigno interrogò lo specchio “Specchio specchio delle mie brame, chi è il più bello del reame? Tu sei bello mio re, ma qualcuno lo è più di te”.

“E la sua barba era lunga e setosa, chiara e forte, tanto che la principessa potè arrampicarsi fino in cima alla torre per raggiungerlo, ammaliata dal suo canto soave. Il bel Raperonzolo era timido e impaurito all’inizio: era la prima volta che vedeva una donna.”

Piano piano i due si conobbero, passarono del tempo insieme, si innamorarono.

Non c’è miglior modo che ribaltare le caratteristiche di temperamento tradizionalmente associate all’appartenenza sessuale per costruire una nuova eredità, un nuovo immaginario collettivo.

Educare alle differenze, non significa forse offrire ugual rappresentanza a ognuno?

E allora, ditemi, quando avete sentito fiabe di uomini spaventati che trovano il coraggio di cambiare senza viaggi, senza prodezze fisiche o agilità guerriere, ma  grazie alla loro sensibilità, alla caparbietà, di aspettare, alla sapienza di guardare oltre le apparenze? E donne insistenti? 

“Dimmi bello, mi vuoi sposare?” “No bestia” rispose lui. E così tutte le sere: “bello, mi vuoi sposare?”. Lei insiste con garbo; con garbo, lui rifiuta.

Si tratta, qui, non di rappresentare qualcosa di futuribile, ma di raccontare la realtà della diversità insita in ognuno di noi. Si tratta di farlo, dunque, attraverso le storie. Cosi facendo legittimiamo la diversità agli occhi di chi legge. Sarà una lettura piacevole mista alla meraviglia verso il nuovo per un adulto o un’adulta; apparirà come una storia interessante ma non così curiosa per un bambino o una bambina di quattro anni: ed è proprio ciò che vogliamo. Le fiabe, frutto dell’immaginazione e figlie del loro tempo, sono per natura volte non tanto a descrivere la bellezza del reale nell’animo umano, ma a servirsi di alcune caratteristiche di temperamenti dei personaggi per trasmettere modelli di comportamento considerati accettabili, mirabili, esempi di virtù. 

Le virtù sono assai diverse nei personaggi maschili rispetti a quelli femminili; diverse e soprattutto ricorrenti: elemento necessario a stabilire caratteristiche “immutate” e “immutabili”, nonostante lo scorrere del tempo. Caratteristiche, nel tempo, cristallizzate, in base al sesso, considerate dunque “naturali”.

Lo spessore pedagogico delle storie ha plasmato concezioni di giusto o sbagliato, di bene e male, di convenevole o disdicevole. La bellezza associata al femminile è stata descritta ovunque, rincorsa dalle donne, osannata dagli uomini, come l’atteggiamento mite, caparbio, il dovere di modestia femminile che mal si associa all’insistenza di una donna con l’aspetto brutale di una bestia. Ma oggi non ci accontentiamo più di un femminile che si appropria di valori tradizionalmente maschili. Oggi sappiamo che non bastano le (seppur recentissime) protagoniste Disney, come Vaiana, che scopre la sua vocazione solcando l’oceano da sola, Merida, che combatte con anima e corpo per salvare sua madre, vogliamo maestri di scuola dell’infanzia, di scuola primaria, uomini dediti alle professioni di cura, ambienti tradizionalmente affidati alle donne, con percentuali di presenza femminile che sfiorano il 99% della scuola dell’infanzia.

E come si fa a diminuire il gender gap nelle professioni?

Raccontando storie.

Storie di uomini delicati, timidi e poi certo, anche coraggiosi, vincenti.

Lui rifiuta scoprendo in lei un animo gentile, un essere che non gli avrebbe fatto alcun male a dispetto della sua immagine brutale e raccapricciante. Lei è brutale e raccapricciante. All’apparenza violenta, temibile, possente, spaventosa. Ma lui, esteta, amante della bellezza, riconosce in lei bontà. 

Mignolino, ci ricorda che un uomo piccolino può fare grandi cose. A discapito della sua altezza, del suo aspetto fisico, del suo essere, appunto piccolo come un mignolo. La gatta con gli stivali è l’opposto di quelle famose caratteristiche che sono state associate al significato condiviso dell’espressione comune “gatta morta”. Il senso comune ci dice molto, è oggetto della ricerca pedagogica, perché condiziona il processo educativo.

Cenerentolo tiene molto ad andare al ballo, ad essere bello per la festa, è umile e rispetta le indicazioni del suo padrino, che è stato così gentile con lui, offrendogli vestiti sontuosi grazie alla magia. Come le fate madrine fanno, così tante volte raccontate.

Nuovi significati, dunque, nuove caratteristiche di personalità, nuovi modelli. Modelli profondamente aderenti al reale e poco rappresentati nei racconti tradizionali.

L’illustratrice, Karrie Fransman, spiega, in una iniziale nota degli autori come ha disegnato i protagonisti e le protagoniste, la ricerca, gli elementi fissi e ricorrenti, l’approccio alla novità. Le immagini colpiscono il lettore o la lettrice non meno del contenuto. 

Le trame sono state rispettate, ciò che cambia sono i temperamenti associati all’appartenenza sessuale. 

Ho sentito dire che “le fiabe non si toccano” perché frutto della tradizione. Risposi che non esiste fiaba che non abbia subito modifiche nel corso del tempo, forse questo tipo di modifica ci tocca da vicino, ci interroga personalmente e forse non siamo così preparati. Inoltre vale la pena interrogarci su cosa intendiamo oggi per tradizione. Se Munari fa parte di questa tradizione, occorre ricordare che fu il primo a stravolgere trame e contenuti, in modo ilare, divertente e intelligente. La tradizione, una volta conosciuta va usata per creare novità, per creare nuove eredità. Conviene imitare i/le grandi, non limitarci a osservare, assecondando modelli ormai universalmente riconosciuti. Solo così possiamo essere soggetti pensanti, creativi.

La rivoluzione, in fondo, parte sempre da esperienze personali.

L’autore, Jonatan Placket, rivela come abbia operato una strategia che non è solo il frutto di studi e ricerche sulle fiabe, ma che addirittura pensava da quando era bambino. A quanti/e di noi è successo? Sono sicura di conoscere diverse persone che avrebbero voluto scrivere un libro simile. L’hanno fatto loro e ci sono riusciti, a mio avviso magnificamente.

Vorrei che lo leggessero i nostri figli e figlie, vorrei che si leggesse nelle scuole. A tal proposito ringrazio la mia amica Ilaria Gaudenzio, insegnante e profonda conoscitrice di albi illustrati che mi ha fatto conoscere Fiabe d’altro genere, Rizzoli, 2020, di Karrie Franksman e Jonathan Olackett.

Come gli autori, cito anch’io esperienze personali. Poiché, come diceva Virginia Woolf, “dal momento che l’impersonale è fallibile, è bene che venga integrato dal personale”.

E’ in fondo questa, l’anima della pedagogia di genere.