Le parole hanno un peso e danno forma alla realtà. E dunque segnano le differenze tra uomo e donna in termini di ruoli e riconoscimenti sociali. «Bisogna insistere, correggere espressioni che penalizzano la dimensione femminile, anche correndo il rischio di essere noiose», spiega Stefania Cavagnoli, linguista e docente dell’Università di Roma Tor Vergata

di Silvia Morosi

Il dibattito (storico) sul sessismo linguistico

La questione è tornata d’attualità con le ultime elezioni amministrative di Roma e Torino e con la richiesta di numerose ministre di essere chiamate tali. Nell’uso dell’italiano sono ancora molte le remore nel declinare al femminile i nomi di mestieri, professioni, ruoli istituzionali, soprattutto quando la posizione che indicano è prestigiosa. Non è strano quindi sentire nominare il magistrato Ilda Bocassini, l’avvocato Giulia Bongiorno o il rettore Stefania Giannini, ma storciamo il naso se sentiamo parlare della ministra Valeria Fedeli. Eppure, se leggessimo un discorso del Cancelliere Merkel, potremmo sorridere. Non solo, cosa succederebbe se trovassimo in un titolo di giornale «il sindaco di una città annuncia di essere incinta»? Perché è tanto difficile superare le resistenze e chiamare correttamente «architetta» o «chirurga» le donne arrivate a ruoli fino a ieri solo maschili? Perché non lo è, invece, per la maestra, l’infermiera, la cameriera o l’operaia?

Dietro la semplice questione grammaticale si nasconde quello che, anche nel nostro Paese, è stato racchiuso sotto la nozione di «sessismo linguistico». In Italia il dibattito sulla sociologia del linguaggio e sull’uso non sessista della lingua è ancora in essere, nonostante dell’argomento si discuta dagli anni Ottanta, sulla scia del linguistic sexism elaborato negli anni ‘60-’70 negli Stati Uniti. Nel 1987 l’uscita del volumetto «Il sessismo nella lingua italiana» di Alma Sabatini, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha allargato il discorso all’ambito socio- linguistico ed è arrivato a interessare attraverso la stampa anche il grande pubblico. Lo scopo del lavoro era politico e puntava a (ri)stabilire la «parità fra i sessi» — obiettivo all’epoca di primaria importanza — attraverso il riconoscimento delle differenze di genere. Al linguaggio veniva riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione sociale della realtà, e quindi anche dell’identità di genere maschile e femminile.

Le parole e le desinenze hanno un senso

Ma le resistenze sono rimaste perché la lingua è creatrice di realtà e strumento di potere. «Nominare le donne, usare le forme al femminile mostra la presenza delle donne, e quindi riequilibra la società e i suoi poteri. Credo che questa sia una forte motivazione per mantenere lo status quo. Quello che personalmente non capisco è la battaglia contro la modifica del linguaggio. La lingua cambia, è dinamica. Solo in questo diventiamo puristi. E la cosa che mi fa riflettere, e intristire, è che spesso sono proprio le donne quelle con posizioni più contrarie e radicali», spiega Stefania Cavagnoli, professoressa associata di linguistica e glottologia presso l’Università di Roma Tor Vergata, dove insegna linguistica generale e applicata. «Nei molti incontri che ho avuto con il mondo delle avvocate, per esempio, una delle motivazioni maggiori per l’uso al maschile del titolo professionale era: «Ho fatto tanto per arrivare qui, ed ora voglio essere chiamata avvocato». Casi in cui non serve provare a spiegare che si tratta di grammatica, dato che la ritrosia parte proprio dalle donne. L’unico modo per convincere le donne a farsi chiamare in modo adeguato è dire che si tratta di una questione di potere. «E se ci si pensa bene, in fondo un piccolo cambiamento linguistico potrebbe provocare un grande cambiamento nell’immaginario collettivo».

Le donne se non sono nominate spariscono

«Ognuno di noi, anche le persone sensibili all’argomento, se sentono una formulazione al maschile immaginano una corrispondenza al maschile: i giornalisti scrivono, gli avvocati conducono le cause, i giudici sentenziano, i professori insegnano», continua Cavagnoli.  Ma dove sono le donne? In tutte queste professioni «alte» le donne sono molto presenti, se non addirittura in maggioranza. Però non sono nominate, e quindi spariscono. Nelle professioni tipicamente femminili, e notoriamente di minor potere, si usa il femminile, ed anzi sembrerebbe strano leggere le vicende dell’«operaio Maria Rossi». A chi dice che certi femminili «suonano male», è facile rispondere che è solo questione di abitudine all’uso di parole nuove. La lingua è dinamica, si modifica in continuazione, si adegua alle necessità della società e ai suoi cambiamenti. Se serve un nome, lo si crea. «Se le donne in magistratura non erano ammesse fino al 1963, non c’era nemmeno bisogno di pensare al termine magistrata. Quando nel lessico si inserisce un nuovo vocabolo o si declina al femminile una parola di solito usata al maschile, può esser richiesto un po’ di tempo per abituarcisi», evidenzia la professoressa. «Suona male» ciò che, al nostro orecchio, si allontana dalla normalità. Ma le norme si modificano, e anche l’orecchio si adegua. In fondo, usiamo spesso parole nuove, ce ne facciamo un vezzo, soprattutto se sono prestiti da altre lingue.

Il neutro non esiste (e non è la soluzione)

Perché allora ci dà così fastidio la declinazione (nella norma) delle professioni al femminile? Usare il maschile per le donne che ricoprono professioni e ruoli di prestigio non solo disconosce l’identità di genere e nega quello femminile, ma addirittura nasconde le donne. «Credo che al fondo ci sia una convinzione radicata nelle donne, in alcune donne, che gli uomini riescano meglio in certe professioni. Conseguenza di un’educazione non attenta al genere, ma anche di continue difficoltà reali nell’ambito del lavoro, pensato al maschile. L’uso adeguato della lingua potrebbe essere un primo passo per modificare gli ambienti professionali. Le donne ci sono, competenti, e si nominano».  La questione non può essere risolta o bypassata, come sostengono alcuni, dal cosiddetto «maschile neutro», un ossimoro. «Il maschile è maschile. L’italiano ha due generi, femminile e maschile. Il neutro non esiste. L’italiano è una lingua androcentrica, e il maschile spesso è inteso in modo inclusivo».

«La signora ministro» francese

L’Italia non è un paese per donne.  In altri paesi, infatti, suonerebbe strano utilizzare il maschile inclusivo al posto del femminile. Un esempio? In Germania la discussione sulla lingua di genere è vecchia, e i risultati si vedono. Angela Merkel, nel giorno della sua nomina, ha fatto modificare la pagina web e Bundeskanzler è diventato Bundeskanzlerin. Normalità della lingua, adeguamento a una nuova realtà, in quanto Merkel rappresentava la prima donna con la funzione di Cancelliera. I nostri media ci hanno impiegato anni a chiamarla così, come è successo anche in altri Paesi come ha evidenziato una ricerca di Babbel, la app per imparare le lingue nel minor tempo possibile, nata nel 2007. Nella lingua francese, ad esempio, la questione è stata affrontata in due modi: mentre l’Exagone resta fedele al maschile per i titoli di prestigio anche qui «il ministro» presenta la forma maschile, creando però al femminile un ibrido curioso come «madame LE ministre» (madame IL ministro) , il Québec ha sancito per legge nel 1979 il doppio uso, maschile e femminile, nelle professioni.

Il caso di «a presidenta» brasiliana

Lo spagnolo sostituisce la finale maschile «o» con la «a», come ad esempio «ministro/ministra», o aggiunge una -«a» alla fine della professione (juez/jueza il/la giudice). Nella lingua polacca il femminile delle professioni si forma normalmente aggiungendo il suffisso «ka» alla forma maschile: «nauczyciel – nauczycielka» (maestro – maestra). Il problema nasce quando lo stesso suffisso è usato anche per la forma diminutiva: kawa – kawka (caffè – caffettino). E così fa notizia Joanna Mucha, ministra polacca dello Sport e del Turismo dal 2011 al 2012, quando decide di non usare il termine convenzionalmente accettato di pani minister («signora ministro») ma la versione femminile «ministra» (ricalcata dal latino), snobbando anche il neologismo ministerkaper non incorrere nel diminutivo. In portoghese, la maggioranza dei prefissi presenta una distinzione tra maschile e femminile. Alcune professioni che storicamente non avevano un parallelo al femminile non hanno tuttora un suffisso. Il termine «presidente» però, come da regola, non avrebbe bisogno di un termine extra, dato che esiste ed è corretto il termine «a presidente». Esiste però una corrente che accetta la versione «a presidenta» e il fatto che l’ex presidentessa del Brasile Dilma Roussef abbia deciso di scegliere quest’ultima acquista un’importante connotazione politica.

Rispettando la grammatica si rispettano le donne

Per sensibilizzare su un corretto uso della lingua, il ruolo della scuola è determinante. Per il bambino l’esempio è fondamentale, sia che esso venga dalle insegnanti, dalle famiglie, che dai libri, dai manuali, dai cartoni animati. «Per bambine e bambini è normale applicare le regole della grammatica che imparano a scuola e formarsi idee e riferimenti sulla base di quanto sentono, vedono, vivono. Se gli esempi sono sempre al maschile, e le donne spariscono, nulla si modificherà», spiega Cavagnoli. Certo, anche la politica  gioca un ruolo nella diffusione di una cultura più attenta all’utilizzo del linguaggio di genere. «In occasione dell’8 marzo ho partecipato a un incontro in un ministero, un seminario sul tema della presenza delle donne nelle istituzioni. Sul palco solo donne, ma sulla locandina solo alcune cariche sono declinate al femminile, nonostante la mia insistenza nel far correggere le altre. Mi è stato risposto che le relatrici preferivano il maschile. Vorrei tanto che passasse l’idea che non è una questione di preferenza, ma di grammatica e sì, di impegno politico. Avrebbero preferito il maschile anche se la professione fosse stata quella di maestra, cameriera, impiegata?», conclude la professoressa. Rispettando la grammatica si rispettano le donne.

17 marzo 2017

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